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Due cosmonauti col Gargano nel cuore

Andrea e Marco Nasuto sono due fratelli nati sul Gargano, vista mare. Forse anche per questo hanno uno sguardo lungo e penetrante. Nel 2014 producono Made of Limestone, un documentario sull’eterno dilemma tra restare o partire, che riscuote subito un grandissimo successo. Vengono invitati in giro per il mondo e presentano il loro lavoro anche all’Università di Cambridge. I due si laureano nell’estate del 2013 – Marco in Ingegneria Aerospaziale alla Sapienza di Roma, Andrea in International Finance alla Bocconi di Milano – e come molti loro coetanei e conterranei devono decidere se tornare a casa o andare via definitivamente. «Dopo la laurea», ci raccontano, «abbiamo ricevuto offerte per studiare in delle università in Europa e Nord America. Avevamo avuto già esperienze all’estero, ma è scattato qualcosa che ci ha spinto ad “indagare” la nostra terra e la nostra domanda “run away or stay?” attraverso immagini, incontrando storie, analizzando dati, raccontandoci e lasciando gli altri raccontare se stessi». Il documentario è stato girato con un budget estremamente ridotto, ma li consacra al genere. Kosmonauts ne è una solida conferma. 

Più che cervelli in fuga, siete cervelli in viaggio. Partiamo da dove siete adesso. Cosa vi ha portato lì dove siete e cosa state combinando?
Viviamo entrambi all’estero. Siamo andati via come la maggior parte dei ragazzi della nostra terra per scelta e per necessità. Ecco, ci piacerebbe sottolineare come partire dovrebbe essere solo una scelta. Quello che sta accadendo negli ultimi 10 anni è una violenza sociale di cui vedremo ferite profonde solo nel futuro.

Roberto Saviano vi ha definito due geni della documentaristica. Cosa caratterizza maggiormente il vostro modo di vedere le cose: la vostra formazione scientifica o la vostra storia personale?
La sinergia. La formazione scientifica dà metodo, la storia personale, l’anima. Fare documentari, e nello specifico un documentario su un tema così complesso come Kosmonauts – What does it mean to be italian? richiede un enorme capacità di gerarchizzazione dei temi. Per farlo devi capirne i nodi, per capire i nodi devi setacciare molte materie. Il rischio è di semplificare e non sintetizzare. Più volte ci siamo persi nel setaccio di questo enorme lavoro, il metodo scientifico ti riporta a casa.

Ognuno di noi è un essere straordinariamente unico. Eppure oggi si fa sempre più difficoltà a percepire le differenze come occasioni di confronto e di crescita. Sembra crescere il bisogno di accanirsi necessariamente contro qualcuno. Qual è il vostro antidoto a questo veleno?
Per risponderti ti pongo una domanda: come impari a percepire le differenze? Dal confronto, giusto? Quindi, in realtà, nasce una nuova domanda: come si impara a confrontarsi? Imparando a conoscersi, questa è la prima forma di confronto. Ora, cosa vuol dire imparare a conoscersi? Vuol dire avere sempre le porte aperte al dubbio, sapere che le risposte che ci danno e ci diamo, non possono essere definitive, ma sono sempre aperte a metà. Cercare di avere consapevolezza delle scelte (che a sua volta vuol dire chiedersi “perché?”). Ora, un’ultima domanda: quanti vogliono davvero confrontarsi con se stessi?

 

Nel vostro nuovo documentario ci invitate a vedere le periferie come palestre di innovazione sociale. Perché molti italiani oggi fanno difficoltà a crederci?
Primo punto importante è: i film, i libri, l’arte, le notizie, il raccontare una storia tra amici, il modo in cui ci raccontiamo di come vadano le cose quando riflettiamo, è (quasi) tutto nella vita. Il racconto costruisce la realtà. E’ il motivo per cui sopravviviamo ad eventi drammatici, alle morti dei nostri cari, alle delusioni d’amore: il racconto è una lettura della vita. Quindi, raccontare è dare senso alle cose. Fatta questa premessa, guardare le periferie come palestre di innovazione sociale non vuol dire non vederne la povertà e tutti i problemi che ne derivano, non vuol dire non capire la necessità di migliorarne le condizioni. Vuol dire invece, raccontare un’altra parte della storia, quella fatta di cose geniali, belle, potenti, nate dalle periferie, ed iniziare a sentirla comune. Dare alle periferie non solo dignità (perché c’è del bello) ma anche aiutare a migliorarle, a porle al centro, dove meritano di essere.

Resta lo stallo economico attuale che ha inflitto un duro colpo alla classe media e inciso ancor di più sulle fasce deboli. La vita politica e amministrativa del Bel Paese resiste a se stessa ripiegata su istituzioni in larga misura logore dove si celebrano riti vecchi ed estenuanti. Poco spazio ai giovani e al merito. Spesso non c’è altra via che la fuga. Voi come avete fatto a venir fuori da questo labirinto?
Ufficialmente ci sono 5 milioni di italiani all’estero. Il numero reale si aggira quasi al doppio. Significa che 1 italiano su 6 vive stabilmente all’estero. Se ci aggiungiamo tutti quelli che sono parzialmente all’estero (professionisti, studenti), il numero diventa gigantesco. Noi facciamo parte di quei milioni che sono andati via.

Kosmonauts è stato prodotto grazie a dinamiche di crowdfunding. Quanto conta essere imprenditori di se stessi oggi e come dobbiamo relazionarci alla digital innovation, a vostro avviso?
Essere imprenditori non è per tutti e non è la soluzione finale. Imparare ad avere una mentalità imprenditoriale con se stessi, lo è. Se non sei tu il primo a scommettere su te stesso, chi lo farai mai su di te?
Digital innovation. Partiamo dai significati. Innovazione è nuovo metodo/idea/processo/prodotto che ha un impatto significativo sul mercato o società. Digitale, più che essere “qualcosa”, è un modo di fare qualcosa. L’innovazione digitale offre opportunità ma è anche violenta e distruttiva. Una cosa è inevitabile, confrontarsi con essa. E’ un mondo e bisogna imparare a capirlo, non restare analfabeti. Vedi come torniamo anche qui all’importanza del racconto? Anche fare business ha necessità di saper raccontare (e non mi riferisco al marketing).

Siete dei sognatori e dei visionari. Avete uno sguardo penetrante anche con gli occhi chiusi. Ok, facciamo un gioco. Chiudete gli occhi. Rilassatevi. Respirate. E ora diteci come vedete la Capitanata nel 2100.
Bella, umilmente prospera e ancora profondamente umana. Un luogo da cui desiderare di partire, perché fertile ai sogni. Un luogo dove poter tornare perché libero.