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Fuga dal Sud. Svimez: non c’è “brain exchange”

“Il Sud sempre più a rischio desertificazione”. Lasciano un po’ col fiato sospeso le parole del Rapporto Svimez 2016 sull’economia del Mezzogiorno presentato nei mesi scorsi a Roma. Torniamo su questo report dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, per tener traccia degli ultimi studi che parlano delle migrazioni qualificate, ma anche solo della perdita di capitale umano nel nostro territorio. E questo rapporto dà uno spaccato aggiornato interessante. “Negli ultimi venti anni il Sud ha perso 1 milione e 113 mila unità – si legge nella sintesi del rapporto -, la maggior parte dei quali concentrati nelle fasce d’età produttiva tra 25-29 anni e 30-34 anni. A questi si accompagna una perdita di popolazione nella fascia di 0-4 anni in conseguenza al flusso di bambini che si trasferiscono con i genitori”.

Negli ultimi anni, tra il 2002 e il 2014, i dati non sono meno allarmanti. Secondo il rapporto “sono emigrati dal Sud verso il Centro-Nord oltre 1.627 mila meridionali, a fronte di un rientro di 973 mila persone, con un saldo migratorio netto di 653 mila unità. Di questa perdita di popolazione il 73%, 478 mila unità, ha riguardato la componente giovanile, di cui poco meno del 30% laureati (133 mila)”. Ma non è solo la “fuga di cervelli” a preoccupare, quanto la mancanza di una circolazione degli stessi. A fronte di un flusso migratorio, manca un ricambio che possa almeno pareggiare i conti. “E’ il persistente divario di aspettative e condizioni generali di benessere a spiegare un fenomeno di dimensioni rilevanti, che sancisce il fallimento economico dell’investimento formativo nell’area (e infatti sempre più spesso risale già al momento della scelta universitaria) e produce una perdita netta di capitale umano in un Mezzogiorno in cui manca il brain exchange, cioè la capacità non solo e non tanto di trattenere ma di attrarre”.

A questi dati occorre aggiungere quelli relativi a quanti hanno mantenuto la residenza al Sud, ma si trovano altrove. Sono i “pendolari di lungo raggio”. Nel 2015 erano 129 mila, spiega il rapporto, “la gran parte occupati a tempo pieno (120 mila) e sempre più all’estero (nel 2015, 16 mila, un dato in costante aumento negli ultimi anni), a conferma del fatto che si tratta di una vera e propria forma di emigrazione. Questa “nuova” emigrazione è caratterizzata per un’incidenza ancora maggiore di capitale umano ben formato: i giovani sono 54 mila e i laureati 38 mila, e complessivamente 63 mila svolgono occupazioni altamente qualificate”.

Ma quando a partire sono i giovani, la speranza che il Sud abbia nuove famiglie diminuisce. Ed è così che anche il tasso di natalità (e quindi in futuro di nuovi giovani) va a picco. “La perdita netta di giovani generazioni in età feconda, insieme alle aspettative di crescita e di benessere – spiega il rapporto -, stanno modificando nel profondo i comportamenti riproduttivi. Nel 2015 il numero dei nati nel Mezzogiorno, così come nell’Italia nel suo complesso, ha toccato il valore più basso dall’Unità d’Italia, 170 mila. Nel 1862 nel Mezzogiorno si registravano 391 mila nati vivi (217 mila in più di oggi) generati da una popolazione di 9 milioni e 600 mila unità; vi corrispondeva un tasso di natalità del 41,3 per mille (oggi è pari a circa l’8,3 per mille)”.

Eppure, spiega il rapporto Svimez, qualcosa si muove e nell’ultimo anno c’è stata anche una ripresa degli investimenti. “Nel 2015 il miglioramento del clima di fiducia degli imprenditori e le meno stringenti condizioni poste dalle banche per l’accesso al credito – si legge nel rapporto -, uniti alle aspettative positive della domanda interna, hanno sospinto gli investimenti nel Sud che sono cresciuti dello 0,8%, dopo sette anni di variazioni negative. Un incremento pari a quello del Centro-Nord. Ma non bisogna sottovalutare che nel periodo della recessione 2008-2014, gli investimenti fissi lordi erano diminuiti cumulativamente nel Mezzogiorno del -41,4%, circa 15 punti in più che nel resto del Paese (-26,7%)”. Un segno più fa capolino anche sui dati relativi all’occupazione. Secondo il rapporto, “nelle regioni meridionali nel 2015 gli occupati sono aumentati dell’1,6%, pari a 94 mila unità, mentre in quelle del Centro-Nord sono cresciuti dello 0,6%, 91 mila unità. E finalmente nel 2016 cresce anche l’occupazione giovanile meridionale: +3,9%, rispetto a una media nazionale del +2,8% e un aumento al Centro-Nord pari a +2,4%”. Dati positivi, sottolinea il rapporto, che non devono “far perdere di vista le criticità, in quanto i livelli occupazionali al Sud sono ancora troppo distanti da quelli precedenti alla crisi”.