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Fuga di cervelli? Una “rapina”. Parola di Pino Aprile

Ripartire dal passato, dalla ricchezza della propria terra e dal coraggio di chi decide di tornare per riscattare il futuro di un Sud “saccheggiato”. Su Capitanata Chiama, stavolta, abbiamo un ospite speciale: Pino Aprile. Giornalista e scrittore pugliese, è stato vicedirettore di Oggi, direttore di Gente e ha lavorato in televisione con Sergio Zavoli nell’inchiesta a puntate Viaggio nel sud, ma è conosciuto soprattutto per i suoi tanti libri, comeTerroni”, “Giù al Sud. Perché i terroni salveranno l’Italia”, “Mai più terroni. La fine della questione meridionale”, “Il Sud puzza. Storia di vergogna e d’orgoglio” e l’ultimoCarnefici(alcuni di questi libri sono anche una delle ricompense per chi decide di sostenere il nostro progetto). E’ il giornalista “meridionalista” più seguito d’Italia. Nel 2010 ha ricevuto il Premio Carlo Levi, nello stesso anno anche il Rhegium Julii, e nel 2012 il Premio Caccuri. Nella sua intervista ci parla delle storie di chi ha deciso di invertire i trend, ma anche delle colpe delle istituzioni. “Quella che viene chiamata “fuga di cervelli” – dice Pino Aprile nell’intervista – è una sottrazione programmata politicamente, costruita per sottrarre al Sud quel che serve all’economia del Nord. Una rapina. In un paese serio, quando c’è una situazione di perdita, si interviene per tamponarla, non per incrementarla”. Ma sul futuro del Sud è ottimista: “Stanno accadendo cose importantissime, anche se le dimensioni non sono ancora grandi”.

Hai scritto molti libri dedicati al Sud Italia. Alcuni sono diventati anche dei veri e propri casi editoriali. Ma da dove viene questo tuo attaccamento al Sud? E’ solo una questione questione legata alle tue origini?
Io non sapevo di essere meridionale. L’ho scoperto quando qualcuno me l’ha voluto ricordare come fosse una colpa, una vergogna. Ovviamente non l’ho mai sentita tale e ho capito soltanto che avevo di fronte qualche cretino. Però, è un po’ quello che succede quando si dice che ci si accorge che la moglie è bella solo quando la si trova a letto con un altro. Il mare di Taranto era il mio mare, il fiume Galeso era il mio fiume. Per me era normale. Quando sentivo dire “ah.. Rimini” e parlare di questi luoghi magnificandoli, pensavo a cose più belle di quelle che avevo. Più il lavoro mi ha portato in giro per il mondo, però, e più ho scoperto l’incredibile bellezza, ricchezza, profondità e umanità della mia terra e della mia gente. Una volta chiesi ad un poeta di Vercelli come diavolo facesse a vivere tra quella nebbia, l’umidità e le zanzare. Lui mi rispose con le parole di un poeta sudamericano: “io sono di qui”. Questa è la mia ricchezza con cui scambio valori con gli altri. L’identità è un valore di scambio. Non ce n’è una migliore di un’altra, ma la loro diversità nello scambio ci arricchisce. 

Nei tuoi libri parli di un Sud che si riscatta. Un Sud che dovrebbe recuperare prima di tutto il proprio passato. Come fare, però, a riconquistare il nostro futuro? 
Recuperando il passato. E’ un po’ una frase già detta e consumata, ma è vera. Nessuno può andare verso il futuro se non sa da dove viene, se non sa chi è, e se non conosce i valori da cui è stato forgiato. Noi siamo la somma di tutti quelli che sono venuti prima di noi, anche se non sappiamo chi siano. Dobbiamo assolutamente recuperare il passato, per poter avere un futuro. Questo vale per noi, ma anche per l’Italia intera, perché l’Italia non è mai stata un paese. E’ semplicemente uno stato in cui una parte del paese è stata consegnata attraverso il saccheggio, la rapina e la subordinazione all’altra parte del paese. Nel 1860 e 61 non fu unità, ma conquista, sottomissione, strage e saccheggio. Se vogliamo essere paese, popolo e nazione dobbiamo ripartire da questa verità, condividerla, piangere insieme e ricominciare. Le società nascono da un crimine riconosciuto o commesso in comune. Quello è il crimine d’origine del paese chiamato Italia. Dobbiamo chiamarlo con il suo nome. Dobbiamo raccontarci quello che è stato fatto, andare ad erigere insieme pinnacoli per la memoria di chi è stato sacrificato a quell’impresa e chi è stato fatto diventare colpevole perché aveva quella identità, meridionale. 

I giovani vanno via dal Sud. Lo dicono i dati. Ma ci sono anche tanti altri che restano. Molte volte più per passione, che per le opportunità che ci sono. Come fare a invertire la tendenza?
Io non parlerei di cervelli in fuga, ma di vite in fuga. Non è che se non sei un cervello non ce ne importa nulla. Se non mi ritrovo più mio cugino ai miei compleanni ho perso qualcosa. Quella che viene chiamata “fuga di cervelli”, però, è una sottrazione programmata politicamente, costruita per sottrarre al Sud quel che serve all’economia del Nord. Una rapina. Oppure, per sottrarre valore al Sud in modo che il suo valore complessivo cali e sia più facile subordinarlo. Le azioni umane non cascano dal cielo come i meteoriti. Sono frutto delle scelte politiche ed economiche. Se questo succede è perché questo si vuole. Il resto sono chiacchiere e tabacchiere di legno, come dicevano al Banco di Napoli quando chiedevano un prestito senza garanzia. Questo è il frutto di scelte criminali, razziste e infami dei governi di qualsiasi colore che si sono succeduti. In un paese serio, quando c’è una situazione di perdita, si interviene per tamponarla, non per incrementarla. Il danno che ne deriva, però, non rimane solo al Sud. Se ti tagli un piede, non soffre solo il piede, soffre tutto il corpo. Questo fenomeno, ora, sta riguardando anche il Nord. Indebolendo il Sud è l’Italia che deperisce. In che modo ci si riscatta? Molti restano perché non vogliono andar via. Hanno capito che il poco a casa propria può valere molto più del di più altrove. E non solo. Tanti stanno tornando: creano iniziative e economia al Sud. Magari a ripartire dall’agricoltura. Non a caso, gli ultimi dati parlano di un Sud che in questo campo ha valori di crescita più alti del resto d’Italia. Stanno accadendo cose importantissime, anche se le dimensioni non sono ancora grandi. Tuttavia, quello che cambia il mondo, il futuro e la società non sono le masse che si muovono. Sono i pochi che avviano cose che poi diventeranno di massa. E noi siamo in questa fase. 

C’è qualche storia, tra quelle che hai incontrato nei tuoi viaggi, che ti hanno fatto capire che c’è speranza per il Sud e che è ancora possibile bloccare questa emorragia di giovani?
Tantissime. In questi giorni sono stato a Campobasso a creare con Agostino De Luca, su sua idea e iniziativa, una società che si propone di creare una serie di incubatori per startup giovanili al Sud e strumenti per dare a queste iniziative la comunicazione che meritano, in modo che non restino nel luminoso, ma isolato, destino localissimo. Agostino De Luca è di Celenza Valfortore (provincia di Foggia, ndr). Era dirigente di una delle più grandi società di financial consulting e lo era già all’età di 32 anni, una decina di anni sotto la media. Si dimise perché capì che il mondo stava cambiando. Viveva a Milano e lì creò la prima agenzia italiana di personal financial consulnting. Poi gli capitò di leggere “Giù al Sud” e con la moglie, napoletana, decisero di lasciare Milano, dove sono stati per nove anni, e la loro villa con parco e piscina a Monza, per tornare a Celenza Valfortore. Adesso la sede della sua società è a Campobasso. Gli altri uffici sono a Milano, Torino, Bologna, Roma e Firenze, ma spesso va anche a Londra. Agostino ha deciso di mettere le sue competenze, le relazioni e la possibilità di attingere a fondi al servizio del Sud. Lui è uno dei tanti. Un altro è Giuseppe Sciretta di Rocchetta Sant’Antonio (sempre in provincia di Foggia, ndr) che dopo aver letto “Terroni”, lasciò Bologna e tornò a Rocchetta per mettere in piedi un’azienda che lavora con le energie rinnovabili. Ce ne sono tantissimi e sono nati anche tanti siti internet su questo tema. 

Se Pino Aprile oggi fosse un neolaureato, magari con una laurea in ingegneria informatica o qualcosa di simile cosa farebbe? Sarebbe uno dei cervelli in fuga?
Conoscendomi, andrei a farmi un giro per il mondo e poi probabilmente tornerei a casa. E’ bene che i nostri giovani vadano via. Non è bene che siano costretti a farlo e a restare fuori anche nel caso in cui volessero rientrare. 

intervista di Gianni Augello