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Prendi la laurea e scappa

Sembra il titolo di un film, invece è la realtà ed è il titolo di un recente articolo di Giulia Assirelli (ricercatrice all’Università Cattolica di Milano), Carlo Barone (professore di sociologia a Sciences Po, Parigi) e Ettore Recchi (professore di sociologia a Sciences Po, Parigi) per LaVoce.info (qui la versione integrale). Un titolo lapidario che arriva in risposta alle ormai note dichiarazioni del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. In un lavoro recente, gli autori hanno ricostruito l’identikit di chi emigra e confrontato gli esiti professionali con quelli che restano in Italia. Cosa è emerso? Scopriamolo insieme.

A partire dai dati Istat si scopre che il tasso di emigrazione all’estero nell’analisi del 2015 è raddoppiato rispetto alla precedente analisi fatta quattro anni prima. I dati evidenziati dai tre autori, inoltre, dicono che “un laureato italiano su venti (4,7 per cento) risiede all’estero a quattro anni dalla laurea. Equivale a dire che ogni anno 14 mila laureati migrano stabilmente all’estero (peraltro il dato è probabilmente sottostimato perché l’indagine Istat non raggiunge tutti i laureati che migrano)”. I laureati che migrano, poi, “provengono più spesso da università del Nord Italia e dalle lauree scientifiche, come matematica e fisica, da ingegneria e informatica oppure hanno una laurea in lingue o studi internazionali”.

Ora andiamo a vedere perché molto spesso chi va via non torna. “Utilizzando la tecnica statistica del propensity score matching – scrivono i tre ricercatori su lavoce.info -, abbiamo confrontato i redditi netti di chi emigra e di chi resta, aggiustati per il costo della vita nei paesi di destinazione. Ebbene, chi emigra guadagna il 36 per cento in più (dato in crescita rispetto al valore del 27 per cento registrato nel 2011). Non è solo una questione di redditi. I nostri modelli statistici indicano che chi emigra all’estero svolge più spesso lavori più qualificati (+6,8 per cento) e percepisce di avere migliori opportunità di carriera (+21 per cento)”. Dati che da soli bastano a capire che per invertire la tendenza e fermare l’emorragia di cervelli, serve qualcosa in più di un paio di scuse e qualche buona iniziativa.

Foto: Gary Lopater / unspash.com