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Dalla Puglia alla Silicon Valley. “Qui possibilità di crescita che in Italia non c’è”

Quella di Berardino la Torre è la prima storia di un cervello in fuga dalla provincia di Foggia che vi raccontiamo su Capitanata Chiama. E’ una lunga intervista, intensa e vale la pena leggerla fino in fondo. Il suo è un racconto fatto più con la testa che col cuore e capirete perché. Nelle sue parole non c’è risentimento. E’ una lampante constatazione di quale occasione stia perdendo il nostro Paese. Nato a San Giovanni Rotondo, Berardino ha studiato all’Università di Siena e prima di raggiungere San Francisco ha lasciato un “posto fisso” e il mutuo per la sua prima casa a Roma. Oggi è Staff Engineer e membro del Architect Board in Tradeshift, una startup danese. Quando gli chiediamo cosa ne pensano oltreoceano del brain drain, risponde così: “Semplicemente non lo capiscono. Non capiscono il perché l’Italia, dopo avere investito risorse nella formazione di tutte queste professionalità, le lasci andar via e per di più proprio nel momento in cui iniziano ad essere produttive”. Pensando alla Capitanata, poi, ha la sua “ricetta” per il rilancio del territorio. Scopri qual è leggendo l’intervista.

 

Capitanata Chiama è un progetto sui cervelli un fuga dal nostro territorio e tu rientri appieno nel nostro target. Ci racconti qual è stato il percorso che ti ha portato a fare le valigie e lasciare l’Italia?

Intanto vorrei dire non mi sento in fuga da niente. Da tre anni vivo a San Francisco insieme a mia moglie e mia figlia di 11 mesi. Sono Staff Engineer e membro del Architect Board a Tradeshift una startup danese. La mia passione per l’informatica e le tecnologie, però, ha radici molto profonde. Non potrò mai dimenticare la prima volta che vidi un computer a scuola. Un Commodore64. Ne rimasi affascinato. Ricordo esattamente di aver deciso in quell’istante che il mio futuro sarebbe andato in quella direzione. Fu così che decisi di proseguire i miei studi all’ITIS di San Giovanni Rotondo, con l’indirizzo informatica. Dopo il diploma mi sono trasferito a Siena dove mi sono laureato con lode in ingegneria informatica. Poi ho vinto una borsa di studio che mi ha permesso di continuare il mio lavoro di tesi. E’ stato durante il mio anno di ricerca che ho incontrato la persona che cambiò la mia vita per sempre. Un ragazzo italiano mi invitò ad andare a lavorare su un progetto di ricerca alla Stanford University. Così, partii per la California. Era il 2004 ed ero appena arrivato a Palo Alto, nel cuore della Silicon Valley. Un posto dove si respirava innovazione e tecnologia. Questa esperienza mi ha stravolto, mi ha aperto ad un mondo di cui non immaginavo neanche l’esistenza. Lavorare in un ambiente multiculturale composto da giapponesi, americani, cinesi e anche italiani è stato unico ed eccezionale. Dopo questa parentesi, tornai a Roma.

 

Una volta tornato in Italia cosa hai fatto? Immaginavi di rimettere tutto in valigia e partire di nuovo?

Ho lavorato per una piccola azienda informatica con contratti a progetto e poi di apprendistato ed infine per un azienda molto più grande con un contratto a tempo indeterminato: il posto fisso! Tuttavia, non potevo dire di essere felice. Sentivo che non riuscivo ad esprimere tutte le mie potenzialità e che non potevo fermarmi solo perché avevo raggiunto una posizione da molti considerata stabile. Insomma, quella che ti permette di mettere su famiglia. Non era il posto per me. Mi sentivo un po’ come nel film l’Appartamento spagnolo. Così inizio a fare colloqui all’estero. Proprio in questo periodo ho incontrato Martina, mia moglie. Lei, biologa, aveva appena ottenuto il suo PhD ed era in procinto di partire per Copenhagen dove aveva ottenuto una posizione da Postdoc. Così, ho puntato anche io sulla Danimarca. Ho lasciato il posto fisso, l’appartamento romano con mutuo annesso ed ho iniziato la mia nuova avventura a Copenhagen. Ed eccomi a lavorare per la prima volta in una azienda all’estero. Il mio primo giorno inizia con tutta l’azienda in sala mensa per la “welcome breakfast” dove si dà il benvenuto ai nuovi colleghi. Ero senza parole. Dopo pochi mesi il mio capo si complimenta del mio lavoro e mi da più responsabilità, inclusa la gestione di un team di sviluppo. Dopo solo un anno, un’altra opportunità: una posizione in una startup Danese finita sulle prime pagine dei giornali e in TV. Un’azienda che voleva rivoluzionare il mondo del business creando un network globale tra aziende. Era il momento di Facebook e del cloud e tutti stavano cercando di costruire network di dati e persone. Mi sembrò una opportunità unica ed è così che oggi mi trovo a Tradeshift. Da allora ho visto l’azienda passare da una ventina di persone e un unico ufficio a Copenhagen, a più di 300 persone e varie sedi sparse tra Europa, Nord America e Cina. A me è stata chiesta una mano per mettere su il team di ingegneria in California ed ecco che dopo quasi 13 anni sono di nuovo nella Silicon Valley. A Tradeshift mi sono state date responsabilità e possibilità di crescita professionali che non avrei mai immaginato possibili in Italia: sono uno degli ingegneri con più seniority. Durante la mia carriera ho ricoperto il ruolo di tech lead per vari progetti, partecipato a progetti con aziende multinazionali. Sono finito a lavorare in Cina, ho partecipato a pranzi di lavoro con venture capitalist, sono stato coinvolto nel processo di valutazione per l’acquisizione di altre aziende e faccio parte del team che effettua i colloqui tecnici per l’assunzione di nuovi ingegneri. Uno degli aspetti più interessanti dell’azienda è il mix multiculturale. Ho colleghi provenienti da ogni parte del mondo, credo ci siano più di una quarantina di nazionalità diverse, e ognuno di loro contribuisce in modo unico con il proprio bagaglio culturale e know-how tecnico. La diversità, per noi, è un valore. Decisamente.

 

Cos’è che ti ha portato ad andare via dall’Italia? E’ stata una scelta legata alla crescita professionale o una necessità dettata magari dalla mancanza di opportunità simili nel nostro paese?

La mancanza di crescita professionale ed economica. Nella mia esperienza ho potuto toccare con mano che in Italia, oltre un certo livello non riesci ad andare. Difficilmente ti vengono date posizioni di grande responsabilità, che invece sembrano riservate solo per pochi e apparentemente senza chiari criteri meritocratici. Ho sempre avuto l’impressione, oggi quasi una certezza, che l’Italia non abbia mai voluto seriamente investire sui suoi talenti, siano essi giovani o meno giovani. Non ne ho mai fatto una questione di generazioni o età.

 

Come vengono accolti i cervelli in fuga negli Stati uniti? Che ne pensano oltreoceano del brain drain?

Paesi come la Danimarca e gli Stati Uniti sono affamati di gente qualificata, ed accolgono a braccia aperte ingegneri, ricercatori ed in generale persone formate. Gli Italiani sono sempre ben accolti perché al di là ogni stereotipo sono dei grandi lavoratori e sono affidabili. Il brain drain? Semplicemente non lo capiscono. Non capiscono il perché l’Italia, dopo avere investito risorse nella formazione di tutte queste professionalità, le lasci andar via e per di più proprio nel momento in cui iniziano ad essere produttive. Danimarca e Stati Uniti ringraziano anche perché queste persone qualificate aiutano a far crescere la loro economia e a pagare le loro pensioni.

 

Alcuni studi dicono che, a parità di costo della vita, i cervelli in fuga guadagnano di più all’estero. Secondo te è solo una questione di soldi?

Non è solo una questione economica. E’ più la necessità di sentirsi investiti di responsabilità, di sapere che la tua parola conta e che puoi contribuire concretamente a cambiare le cose, di sapere che il sistema ti premia se dimostri di lavorare bene. L’anno scorso, il mio capo mi aveva offerto la posizione di direttore di ingegneria. Sarei stato responsabile di tutto il gruppo di ingegneri dell’ufficio di San Francisco. Declinai l’offerta perché ambivo ad una posizione di alto livello più tecnica che manageriale. L’azienda ha capito e mi ha sostenuto ed oggi sono uno dei pochi ingegneri staff e membro dell’architect board: un gruppo di cinque o sei persone qualificate che sono di riferimento per tutti gli altri ingegneri del gruppo. Poi, c’è anche la questione economica. Gli stipendi in Italia non sono minimamente vicini a quello che dovrebbero essere. Nella mia esperienza, le retribuzioni estere sono almeno il doppio rispetto a quelle italiane e permettono un tenore di vita generalmente più alto. Di conseguenza una qualità della vita migliore. Un esempio: in Italia, con il mio stipendio, una volta pagata la rata della macchina, quella del mutuo e spese varie, alla fine del mese rimaneva ben poco. I miei risparmi erano praticamente nulli. In Danimarca o negli Stati Uniti, nonostante il costo della vita più alto, si riesce a risparmiare molto di più. Non mi sono mai posto il problema se comprare qualcosa oppure no, o se andare una volta in più al ristorante o in vacanza. Semplicemente non è un problema.

 

Quando si parla di questi temi c’è sempre un pizzico di autocommiserazione. Tuttavia, se i nostri cervelli all’estero valgono qualcosa un motivo ci sarà. Di cosa possiamo andar fieri quando portiamo la nostra esperienza fuori dall’Italia?

Questo è un tema molto complicato. Ci sono persone che si lamentano, ma che poi fanno nulla o poco per provare a cambiare la loro posizione. Cambiamento significa anche mettere in discussione le poche o tante sicurezze raggiunte e non tutti sono disposti ad affrontare queste incertezze. Ci sono poi quelle persone che provano a cambiare, ma il sistema li blocca o non li incoraggia. Questo senso di impotenza e insoddisfazione professionale porta a fare la scelta di aprirsi al mercato estero. Succede così che quando un italiano decide di andare all’estero è pieno di energia e di una forte voglia di riscatto che consequenzialmente si riflette con ottimi risultati nel lavoro quotidiano. Ovviamente non è solo questo, un altro fattore che ci rende competitivi è quello di essere cresciuti in un ambiente dove nel bene e nel male siamo stati abituati a lottare per qualsiasi piccola cosa. Perciò, quando ci ritroviamo in paesi dove le cose sono più facili, siamo avvantaggiati perché abbiamo sviluppato una spiccata capacità di problem solving o, se volete, dell’arraggiarsi. Un fattore importante è chiaramente anche la formazione ricevuta in Italia che ancora oggi rende i nostri ragazzi competitivi sul mercato globale. Anche se le cose stanno cambiando rapidamente. Oggi c’è una competizione fortissima che viene da paesi come Cina e India che producono figure estremamente qualificate e che stanno ricoprendo ruoli sempre più importanti nell’ambito della ricerca e delle nuove tecnologie. Vedo anche molta dinamicità in paesi dell’est Europa, come Romania e Ungheria, dove i giovani sono molto competitivi e preparati. L’Italia sta perdendo terreno ed opportunità anche nei confronti di questi paesi. Siamo molto in ritardo e dovremmo fare presto qualcosa per evitare di essere completamente tagliati fuori dalla corsa globale all’innovazione.

 

Si può fare qualcosa per invertire i trend? Ti sembra che la politica in Italia si sia mai posto seriamente il problema?

Lo so che può sembrare una vecchia litania, ma l’unica ricetta per invertire i trend è investire in ricerca e sviluppo. Significa stimolare l’imprenditoria giovanile con iniezioni di grandi capitali che puntino sull’innovazione e l’apertura di startup ad alto contenuto scientifico e tecnologico. Investire pesantemente in infrastrutture, collegamenti aerei, treni, banda larga. Il percorso formativo va un po’ aggiornato per rendere i nostri ragazzi più competitivi e al passo con i tempi. Poi c’è una storia vecchia come il mondo: la corruzione. Inoltre, il sistema bancario deve essere fondamentalmente rinnovato. Il credito deve essere reso più accessibile. Io, nonostante avessi un contratto a tempo indeterminato in un’azienda stabile e nota, in Italia ho dovuto accettare di vedere mio padre garantire per il mio mutuo. E’ stato semplicemente umiliante. Sono tutti temi che la politica non ha mai minimamente provato ad affrontare. Forse per disinteresse, forse per mancanza di idee o semplicemente perché incapaci di comprendere appieno i continui mutamenti dei nostri tempi. Oggi guardo a Germania, Danimarca e Inghilterra e vedo il cuore pulsante europeo delle startup e innovazione. Basti pensare che nella sola Danimarca negli ultimi anni sono state create molte startup che sono poi arrivate oltre oceano e attratto milioni di dollari di investimenti. Copenhagen ha voli diretti con San Francisco, l’Italia no. Sono tante le cose che potrebbero essere fatte, ma manca la volontà e la capacità politica.

 

Domanda di rito: torneresti in Italia? A quali condizioni? Cos’è che ti farebbe tornare e cosa, invece, ti frena?

Sono convinto che la maggior parte degli italiani all’estero vorrebbe tornare, perché alla fine piace a tutti vivere vicino alla propria famiglia e vedere i propri figli crescere con i nonni. Sì, tornerei, ma ho grossi problemi ad immaginare una posizione di lavoro in Italia che mi possa garantire lo stesso livello di responsabilità e retribuzione che ho oggi. Potrei tornare solo se vedessi l’apertura delle aziende italiane, piccole e grandi, al mercato globale. L’Italia dovrebbe investire nell’attrazione di talenti dall’estero così da creare un clima positivo di contaminazione multiculturale. Mi frena il fatto di sapere che qualsiasi misura venga presa da un governo sarà poi fondamentalmente disattesa o cambiata dopo pochi anni. L’instabilità politica italiana, l’incertezza e la corruzione sono ad oggi i più forti deterrenti agli investimenti internazionali. Non c’è mai una continuità programmatica tra un governo e l’altro. Manca un programma condiviso ed una idea di paese di lungo termine. Basti vedere come si sono conclusi molti dei programmi di rientro dei cosiddetti cervelli. Non conosco in numeri, ma a naso mi sentirei di dire che la maggior parte sono tornati nuovamente all’estero.

 

Andiamo più nel dettaglio e restringiamo il focus alla provincia di Foggia. Pensi che la Capitanata abbia un potenziale su cui investire? Da dove iniziare e soprattutto come fare ad attrarre cervelli sul territorio foggiano?

Abbiamo un enorme potenziale. Il territorio, le nostre tradizioni culinarie e culturali. Io punterei su un turismo di alta qualità. C’è tanta gente in giro per il mondo che vuole spendere soldi in turismo e cibo di qualità e che va costantemente alla ricerca di nuove mete. Ad oggi ho girato tanto per il mondo e posso affermare con certezza che l’Italia e la Puglia in particolare non hanno assolutamente nulla da invidiare a nessun altro paese. Abbiamo un patrimonio unico, un tesoro a cielo aperto. Il problema è che non siamo capaci di prendercene cura come dovremmo. Attrarre cervelli sul territorio foggiano? Bene: partiamo dal fatto che i cosiddetti cervelli vivono in un mondo globale. Quindi i collegamenti sono fondamentali. Devono avere la possibilità di volare a Londra, Berlino e San Francisco facilmente. Il business è sempre globale. La Capitanata deve aprirsi al mondo. Una volta stabiliti i collegamenti si passa alla banda larga. Poi ci vogliono le idee. Il bello delle tecnologie è che se hai una buona idea la puoi sviluppare anche nel garage di casa tua. Per portare un’idea a livello di una startup ed attrarre investimenti, però, bisogna viaggiare, incontrare i VC della Silicon Valley o del resto del mondo. Attrarre capitale umano da tutte le parti del mondo che possano portare “known-how” in Capitanata. Iniziare a creare meetup, punti di aggregazione dove i giovani possano lavorare insieme su nuove tecnologie e fare brain storming. Imparare e studiare insieme, per esempio un journal club. Organizzare piccole conferenze e invitare speakers internazionali. Organizzare concorsi per idee innovative, creare incubatori aziendali dove si può essere liberi di testare idee, ed eventualmente anche fallire, senza necessariamente investire troppi soldi. La filosofia negli Stati Uniti è “fail fast”. Già dall’università i ragazzi provano costantemente a creare aziende, la maggior parte falliscono, ma è un’ottima scuola. Questo è un percorso che dovrebbe partire già dalle scuole medie. Le scuole dovrebbe giocare un ruolo fondamentale. Dovrebbero stimolare i ragazzi, aprirli al mondo, invitare persone esperte che possano portare la loro esperienza ed essere di ispirazione per le nuove generazioni. Io, se non fossi finito a Stanford, probabilmente non avrei mai lasciato l’Italia. E’ importante essere stimolati nei momenti di crescita formativi.


Cosa farebbero all’estero se avessero a disposizione un territorio come quello della Capitanata?

Lo trasformerebbero in una piccola Svizzera. Territorio curato nei minimi dettagli, turismo 365 giorni l’anno, sicurezza. Puntare non solo all’estate o al turismo religioso, ma anche al turismo marino e dei parchi. Investire sulla creazione di percorsi in montagna, mountain biking, escursionismo, campeggio. Puntare sulla creazione di percorsi enogastronomici di qualità. Questo potrebbe anche attrarre il turismo “aziendale”. A Tradeshift ogni anno organizziamo quello che noi chiamiamo il “team camp”. Un weekend lungo dove i dipendenti di tutte le sedi si ritrovano in un posto per conoscersi e lavorare insieme. In Capitanata dovremmo riuscire ad attrarre anche questo tipo di attività. Far conoscere il nostro territorio mantenendo le nostre tradizioni.

intervista a cura di Gianni Augello