Blog

Cervelli in fuga, ecco cosa rischia chi li perde

Giusto scegliere di andar via dalla Capitanata o dall’Italia per cercare condizioni di vita migliori, prospettive più favorevoli e la possibilità di una realizzazione professionale appagante. Tuttavia, a chi governa il territorio e il paese, non possono non interessare le conseguenze di questa perdita di capitale umano. A lanciare l’allarme è Maria De Paola, professore associato di Politica economica presso il Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza dell’Università della Calabria, in un suo recente articolo pubblicato su LaVoce.info. Lo sapevate, ad esempio, che la fuga di cervelli ha sul territorio effetti concreti come la minore creazione di imprese, oppure un minor cambiamento politico e una bassa partecipazione al voto?

I numeri della fuga di cervelli, ormai, sono noti. Quelli riportati nell’articolo di De Paola sono tratti da uno studio di Massimo Anelli e Giovanni Peri (2016): “nel nostro paese, a partire dal 2009, il numero di emigrati all’estero è aumentato in maniera considerevole. Solo nel 2015, hanno espatriato 107.529 connazionali, con un incremento del 6,2 per cento rispetto all’anno precedente. Si tratta soprattutto di giovani che emigrano in cerca di lavoro. Tra le mete preferite ci sono la Germania (scelta dal 16,6 per cento degli espatriati del 2015), il Regno Unito, la Svizzera e la Francia, tutti paesi che hanno reagito alla crisi meglio dell’Italia”. A partire, come sappiamo, sono gli individui maggiormente istruiti, mentre “le aree geografiche stagnanti perdono capitale umano a favore di quelle caratterizzate da più elevata crescita”.

Italiani emigrati per anno e fascia d’età (Anelli e Peri, 2016)

Questa mobilità, spiega De Paola, “può diventare un fattore negativo e rendere questi squilibri permanenti. Gli emigrati non sono un campione casuale delle popolazione residente in un certo paese e se coincidono con la popolazione più giovane e dinamica, gli effetti di lungo periodo possono essere particolarmente negativi”. Cosa può accadere di tanto grave? De Paola lo spiega bene. “Come mostrato dallo studio di Anelli e Peri, un esempio è la minore creazione di imprese. Non solo, nelle province italiane in cui l’emigrazione è cresciuta maggiormente si è anche assistito a un minor cambiamento politico. Vi è una più bassa partecipazione al voto e chi va alle urne sceglie consiglieri comunali più anziani, meno istruiti e prevalentemente maschi”.

Chi paga a caro prezzo gli effetti collaterali di questo fenomeno, ovviamente, è il Mezzogiorno. “A differenza del Nord, dove l’emigrazione dei giovani verso l’estero è parzialmente compensata da coloro che arrivano dalle regioni meridionali – scrive De Paola su LaVoce.info -, in queste ultime tale meccanismo di compensazione non ha luogo. Dal Sud molti giovani partono, soprattutto per il Nord, ma ben pochi arrivano: i dati del 2015 confermano un saldo migratorio interno negativo (-2.5). È probabile che anche in questo caso l’emigrazione sia soggetta a particolari meccanismi di selezione: in un’area povera di capitale sociale, ad andarsene potrebbero essere specialmente coloro che hanno un maggior livello di “civicness” (senso civico) e che più si sentono dissonanti al sistema”. E gli effetti negativi a lungo termine non sono impossibili da predire, aggiunge De Paola. “Non ci vuole molto a immaginare le conseguenze che ciò può produrre sulla possibilità di porre argine a vecchi mali, come criminalità, familismo e corruzione, e di intraprendere un cammino di cambiamento”. La perdita di capitale umano, quindi, “è destinata a produrre conseguenze durevoli e negative: è difficile che da un tale processo di impoverimento possa nascere un successivo riscatto”.

(foto by Pujohn Das, unsplash.com)