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Due cosmonauti col Gargano nel cuore

Andrea e Marco Nasuto sono due fratelli nati sul Gargano, vista mare. Forse anche per questo hanno uno sguardo lungo e penetrante. Nel 2014 producono Made of Limestone, un documentario sull’eterno dilemma tra restare o partire, che riscuote subito un grandissimo successo. Vengono invitati in giro per il mondo e presentano il loro lavoro anche all’Università di Cambridge. I due si laureano nell’estate del 2013 – Marco in Ingegneria Aerospaziale alla Sapienza di Roma, Andrea in International Finance alla Bocconi di Milano – e come molti loro coetanei e conterranei devono decidere se tornare a casa o andare via definitivamente. «Dopo la laurea», ci raccontano, «abbiamo ricevuto offerte per studiare in delle università in Europa e Nord America. Avevamo avuto già esperienze all’estero, ma è scattato qualcosa che ci ha spinto ad “indagare” la nostra terra e la nostra domanda “run away or stay?” attraverso immagini, incontrando storie, analizzando dati, raccontandoci e lasciando gli altri raccontare se stessi». Il documentario è stato girato con un budget estremamente ridotto, ma li consacra al genere. Kosmonauts ne è una solida conferma. 

Più che cervelli in fuga, siete cervelli in viaggio. Partiamo da dove siete adesso. Cosa vi ha portato lì dove siete e cosa state combinando?
Viviamo entrambi all’estero. Siamo andati via come la maggior parte dei ragazzi della nostra terra per scelta e per necessità. Ecco, ci piacerebbe sottolineare come partire dovrebbe essere solo una scelta. Quello che sta accadendo negli ultimi 10 anni è una violenza sociale di cui vedremo ferite profonde solo nel futuro.

Roberto Saviano vi ha definito due geni della documentaristica. Cosa caratterizza maggiormente il vostro modo di vedere le cose: la vostra formazione scientifica o la vostra storia personale?
La sinergia. La formazione scientifica dà metodo, la storia personale, l’anima. Fare documentari, e nello specifico un documentario su un tema così complesso come Kosmonauts – What does it mean to be italian? richiede un enorme capacità di gerarchizzazione dei temi. Per farlo devi capirne i nodi, per capire i nodi devi setacciare molte materie. Il rischio è di semplificare e non sintetizzare. Più volte ci siamo persi nel setaccio di questo enorme lavoro, il metodo scientifico ti riporta a casa.

Ognuno di noi è un essere straordinariamente unico. Eppure oggi si fa sempre più difficoltà a percepire le differenze come occasioni di confronto e di crescita. Sembra crescere il bisogno di accanirsi necessariamente contro qualcuno. Qual è il vostro antidoto a questo veleno?
Per risponderti ti pongo una domanda: come impari a percepire le differenze? Dal confronto, giusto? Quindi, in realtà, nasce una nuova domanda: come si impara a confrontarsi? Imparando a conoscersi, questa è la prima forma di confronto. Ora, cosa vuol dire imparare a conoscersi? Vuol dire avere sempre le porte aperte al dubbio, sapere che le risposte che ci danno e ci diamo, non possono essere definitive, ma sono sempre aperte a metà. Cercare di avere consapevolezza delle scelte (che a sua volta vuol dire chiedersi “perché?”). Ora, un’ultima domanda: quanti vogliono davvero confrontarsi con se stessi?

 

Nel vostro nuovo documentario ci invitate a vedere le periferie come palestre di innovazione sociale. Perché molti italiani oggi fanno difficoltà a crederci?
Primo punto importante è: i film, i libri, l’arte, le notizie, il raccontare una storia tra amici, il modo in cui ci raccontiamo di come vadano le cose quando riflettiamo, è (quasi) tutto nella vita. Il racconto costruisce la realtà. E’ il motivo per cui sopravviviamo ad eventi drammatici, alle morti dei nostri cari, alle delusioni d’amore: il racconto è una lettura della vita. Quindi, raccontare è dare senso alle cose. Fatta questa premessa, guardare le periferie come palestre di innovazione sociale non vuol dire non vederne la povertà e tutti i problemi che ne derivano, non vuol dire non capire la necessità di migliorarne le condizioni. Vuol dire invece, raccontare un’altra parte della storia, quella fatta di cose geniali, belle, potenti, nate dalle periferie, ed iniziare a sentirla comune. Dare alle periferie non solo dignità (perché c’è del bello) ma anche aiutare a migliorarle, a porle al centro, dove meritano di essere.

Resta lo stallo economico attuale che ha inflitto un duro colpo alla classe media e inciso ancor di più sulle fasce deboli. La vita politica e amministrativa del Bel Paese resiste a se stessa ripiegata su istituzioni in larga misura logore dove si celebrano riti vecchi ed estenuanti. Poco spazio ai giovani e al merito. Spesso non c’è altra via che la fuga. Voi come avete fatto a venir fuori da questo labirinto?
Ufficialmente ci sono 5 milioni di italiani all’estero. Il numero reale si aggira quasi al doppio. Significa che 1 italiano su 6 vive stabilmente all’estero. Se ci aggiungiamo tutti quelli che sono parzialmente all’estero (professionisti, studenti), il numero diventa gigantesco. Noi facciamo parte di quei milioni che sono andati via.

Kosmonauts è stato prodotto grazie a dinamiche di crowdfunding. Quanto conta essere imprenditori di se stessi oggi e come dobbiamo relazionarci alla digital innovation, a vostro avviso?
Essere imprenditori non è per tutti e non è la soluzione finale. Imparare ad avere una mentalità imprenditoriale con se stessi, lo è. Se non sei tu il primo a scommettere su te stesso, chi lo farai mai su di te?
Digital innovation. Partiamo dai significati. Innovazione è nuovo metodo/idea/processo/prodotto che ha un impatto significativo sul mercato o società. Digitale, più che essere “qualcosa”, è un modo di fare qualcosa. L’innovazione digitale offre opportunità ma è anche violenta e distruttiva. Una cosa è inevitabile, confrontarsi con essa. E’ un mondo e bisogna imparare a capirlo, non restare analfabeti. Vedi come torniamo anche qui all’importanza del racconto? Anche fare business ha necessità di saper raccontare (e non mi riferisco al marketing).

Siete dei sognatori e dei visionari. Avete uno sguardo penetrante anche con gli occhi chiusi. Ok, facciamo un gioco. Chiudete gli occhi. Rilassatevi. Respirate. E ora diteci come vedete la Capitanata nel 2100.
Bella, umilmente prospera e ancora profondamente umana. Un luogo da cui desiderare di partire, perché fertile ai sogni. Un luogo dove poter tornare perché libero.


                                      
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Intervista a Giuseppe Savino, founder di Vazapp

Vazapp è il primo hub rurale pugliese. Nasce alle porte di Foggia per intuizione di Giuseppe Savino dopo l’incontro con don Michele de Paolis in quella tenuta di famiglia dove insieme ai prodotti della terra si coltivano con successo anche buone idee.

Intorno a Giuseppe, un numero crescente di giovani antepone le proposte alle proteste e lavora senza sosta per creare occasioni d’incontro e di costruttivo confronto tra i contadini di Capitanata. L’ambizione, con buona pace delle statistiche, è smettere di fare valige per partire, ma preparare posti letto per accogliere gli altri.

A veicolare il progetto è il format Contadinner, “la cena che non c’era”, come la definiscono gli stessi organizzatori. Il contesto ideale per permettere ai produttori agricoli di Capitanata di conoscersi, scambiarsi esperienze e buone pratiche, sperimentare nuovi percorsi.

Gli incontri, supportati anche da giovani dalle competenze trasversali (architetti, sviluppatori, designer, operatori culturali e della comunicazione), e aperti a tutti coloro vogliano avvicinarsi al settore consentono di disegnare una rete inedita di relazioni e collaborazioni professionali, utili a ripensare lo sviluppo dell’agricoltura del territorio.

Nel 2016 le Contadinner hanno valicato i confini regionali e sono state ospitate alla Luiss Guido Carli di Roma alla presenza del Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina. Nel 2017 hanno continuato a viaggiare in tutta Italia e solo qualche giorno fa il team di Vazapp era a Budapest per allargare il confronto a livello europeo.

A volte storie straordinarie nascono in forza di fatti e circostanze altrettanto straordinarie. È stato così anche per Vazapp, Giuseppe?

Penso che l’unica cosa accomuni chi vede nascere qualcosa sia lo stupore. “Ciò di cui ha bisogno questo mondo è di un po’ di stupore” dice Mister Mendez nel cortometraggio “Il Circo della farfalla” dove il protagonista è Will un giovane privo degli arti. La straordinarietà di un percorso è nella bellezza del cammino, nel non voler restare fermi, nel voler trovare una risposta all’affermazione: “Si è fatto sempre così, perché cambiare?” E invece del cambiamento abbiamo tutti bisogno, perché è l’unico modo per sentirci vivi , siamo venuti al mondo per diventare noi stessi, per compiere la nostra missione e “la peggiore disgrazia che ci possa capitare è quella di non essere utili a nessuno”, diceva don Michele. Vazapp nasce da un sogno che incontra un bisogno, dare una visione nuova ad un settore che può diventare fermento per gli altri settori del nostro territorio.

 

Quando nasce esattamente il progetto e qual è il tuo bilancio allo stato dell’arte?

Il compleanno di Vazapp è il 21 gennaio 2014 quando nasce l’associazione “Terra Promessa”, l’ultima associazione voluta da don Michele de Paolis. I soldi per registrare il marchio me li diede lui, non ne avevamo. Io avevo lasciato il lavoro a tempo indeterminato, molti mi dicevano che era la scelta sbagliata, oggi più che mai so che i sogni se non li incontri difficilmente ti vengono a cercare.
Più che di bilancio mi piace parlare di slancio, della voglia che abbiamo di vedere nascere cose nuove e di poterle accompagnare. Siamo all’inizio e non cerchiamo la fine, ma abbiamo bene presente il fine. I sogni si realizzano quando vengono collocati nell’eternità. Bisogna credere nel “per sempre” per essere così folli da inseguire un sogno.

Ci racconteresti uno degli episodi che ti scaldano maggiormente il cuore quando pensi a Vazapp?

Ce ne sono tanti, ognuno ha un dolce profumo che sa di novità. Mi emoziono quando penso al Galà dei Contadini organizzato in fiera il 28 Aprile scorso, dove abbiamo celebrato i contadini, mai nessuno lo aveva fatto in questa chiave prima d’ora. Con i nostri designer e architetti abbiamo deciso di raccontare la storia dei contadini che ci hanno aperto le loro case su tutte le pareti del padiglione. Man mano che entravano molti di loro piangevano e ci ringraziavano perché non se lo aspettavano. Avevamo rotto gli schemi, eravamo nei loro cuori, che meraviglia.

Tuo padre che dice?

Mio padre come ogni buon contadino che si rispetti parla poco, osserva, comunica con gli occhi, a volte con i sospiri. Capisco che per la mia famiglia non è stato facile, loro vogliono che i figli invecchino tranquilli, vengono dalla cultura della sistemazione a tutti i costi, io voglio invecchiare felice!

Ci dai qualche anteprima sul futuro del progetto?

Stiamo lavorando su più livelli, tante novità ci attendono. Penso che il 2018 sia l’anno della fioritura di quello che abbiamo seminato e per dirla in termini agricoli. Le Contadinner si evolveranno e diventeranno sempre di più uno strumento a disposizione dei territori per favorire l’innovazione sociale in agricoltura.

La Capitanata oggi è una terra ricca di contrasti: tante criticità in uno sconfinato territorio (la provincia di Foggia è la terza provincia italiana per estensione) che tracima di opportunità non sempre colte, quando non proprio ignorate. Come ti piacerebbe vedere il tuo territorio tra 50 anni? Cosa pensi che succederà invece? Come superare le difficoltà?

La provincia di Foggia è anche la provincia più estesa d’Italia per il numero di terreni coltivabili. Quando siamo andati a studiare il sistema agricolo del Trentino il presidente di una grossa cooperativa mi disse: “Se vi accorgeste del tesoro che calpestate, terreni fertili, clima mite, bellezza dei luoghi, non ce ne sarebbe per nessuno. Tra 50 anni mi piacerebbe vedere una terra che al lamento ha sostituito il fermento, che alla protesta finalmente abbia fatto spazio alla proposta, e allora si che potremo parlare di stupore. Succederà, io ci credo. Le difficoltà sono il sale. Il Trentino è oggi una terra florida grazie ad esse. Se solo iniziassimo a benedirle… non vengono per togliere ma per aggiungere.

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Capitanata Chiama si racconta a The Next Puglia

Venerdì 24 Novembre, alle ore 20:00, l’associazione Pugliesi a Milano ospiterà il nostro progetto all’interno dell’evento “The Next Puglia, il potere della rete”, una serata all’insegna del networking a trazione pugliese, dentro e fuori i confini regionali.

L’evento avrà luogo all’ombra del Duomo, presso “La Dogana di Milano”, e vedrà la presenza di giovani imprenditori, startupper e innovatori pugliesi che, attraverso testimonianze ed interventi, racconteranno i propri progetti, nati e sviluppatisi anche grazie alle sinergie e alla rete.

Protagoniste indiscusse della serata saranno le testimonianze di chi arriverà direttamente dalla Puglia a raccontare iniziative che si stanno affermando sul territorio nazionale ed oltre.

Tra gli ospiti, Giovanna Genchi, dirigente del servizio internazionalizzazione della Regione Puglia (Ufficio dei Pugliesi nel Mondo); Toni Augello, project manager di Laboratorio Urbano ArteFacendo, nonché dei progetti Capitanata Chiama, InnovAttiva e Colto e mangiato; Massimo Ciuffreda, CEO & Founder di Wiman, sharing wifi company; Gianni Orlandi, Direttore Artistico de ‘La Notte di San Martino a Milano’, nonché referente dell’associazione ‘Salento U.S.’ ; Danila Chiapperini di Apuliakundi; Francesco La Macchia fondatore della DotAcademy, spazio di networking nel cuore di Milano.

Al fine di rafforzare la sinergia con la Puglia, ci saranno anche degli interventi live via Skype tra cui: Marianna Pozzulo, fondatrice di Bentornati al Sud, la rete che mette in contatto coloro che, dopo lunghi o brevi periodi di lontananza, sono tornati o desiderano tornare al Sud e coloro che scelgono la Puglia come meta di vita, pur non avendone l’origine; Alessandro Cannavale, blogger de ‘Il Fatto Quotidiano’, ricercatore del Politecnico di Bari e scrittore del libro ‘A Me Piace il Sud’ con Andrea Leccese; Viola Tarantino, mamma imprenditrice, Wedding & Event Organizer, fondatrice di ‘Emotions in Puglia wedding and events’.

Per l’occasione l’Associazione Pugliesi a Milano ha lanciato una campagna video invitando tutti i pugliesi a raccontare la loro Terra rispondendo a tre semplici domande:

Quali sono le tre cose che ti stanno piacendo in questo momento della Puglia?

Quando dico “Puglia” a cosa pensi?

Quanto ti senti pugliese da 1 a 1000?

L’invito della campagna lanciata sui social è di realizzare un video di 30 secondi da inviare a pugliamistadite@gmail.com. I video più significativi verranno proiettati durante la serata. La campagna proseguirà anche dopo l’evento. Un evento, quindi, interamente dedicato alle reti di relazioni tra Pugliesi, reti nate tra Milano e la Puglia, con l’obiettivo di sostenersi per cogliere tutte le opportunità nei rispettivi luoghi di operatività, contribuendo così a diffondere l’immagine di una Puglia sempre più efficiente, operativa e internazionalmente connessa.

“Partendo da un contesto di networking su cui si basa l’associazione, l’obiettivo della serata è raccontare, attraverso delle testimonianze reali sul campo, come la Puglia si stia proponendo e si approcci al futuro” dichiara il presidente dell’Associazione pugliesi a Milano Nicola Tattoli, che conclude “The Next Puglia, riesce a guardare con più attenzione alle reti, con lo scopo di cogliere opportunità strategiche che altrimenti andrebbero perse!”.

Info e programma su https://www.facebook.com/events/1414440618624908/

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Torna Startup Weekend Foggia, Artefacendo partner dell’evento

Dalla terra al cloud’ è il tema della terza edizione di Startup Weekend Foggia, l’evento che permette di trasformare un’idea in startup in una full immersion di 54 ore.

Dall’1 al 3 dicembre la Camera di Commercio di Foggia ospiterà il format di startup competition più atteso, l’evento lanciato in tutto il mondo nel 2007 da Kaufman Foundation e acquisito nel 2015 da Techstars per accelerare la nascita di startup ed ecosistemi startup.

Un’edizione nuova e sperimentale, che partendo da risorse come food, turismo, retail e logistica e aggiungendo tecnologia e innovazione, si propone di portare il territorio in alto e nel futuro.

Dopo l’esperienza delle prime due edizioni – che hanno visto crescere il numero di partecipanti fino ad arrivare a 130 – gli organizzatori perseguono obiettivi chiari: favorire la nascita di startup innovative sul territorio, per il territorio; dare vita ad un ecosistema che le supporti nella crescita; creare consapevolezza della necessità di imprese e competenze innovative.

Per fare questo è necessario far incontrare ragazzi, idee ed energie con imprenditori, investitori e rainmakers. Ed è quello che accadrà a Foggia durante la tre giorni in cui sarà possibile lavorare ad un’idea, trovare il team di co-founder, imparare dai mentor come si fa impresa, lavorare al prototipo e magari lanciarlo sul mercato.

Il programma di Startup Weekend Foggia, che partirà venerdì 1° dicembre alle 17.30 e si concluderà la sera di domenica 3 dicembre, è molto intenso. Il lavoro sarà affiancato da momenti conviviali – colazioni, pranzi e cene – che permetteranno di condividere pienamente l’esperienza e favorire le relazioni.

Per tutti coloro che fossero interessati a prendere parte a questa piccola rivoluzione l’appuntamento è venerdì 1° dicembre 2017 alle ore 17.30 presso la Cittadella dell’Economia (traversa Viale Fortore).

I biglietti sono in vendita sulla piattaforma Eventbrite https://goo.gl/acpDrD. Nel prezzo del biglietto sono compresi pasti (2 colazioni, 2 pranzi, 3 cene), bevande e cancelleria, sempre a disposizione dei partecipanti. Il costo del biglietto, in promozione fino al 10 novembre, è di soli 19.99 euro.

Startup Weekend Foggia è un evento organizzato con il supporto della Camera di Commercio di Foggia, vanta il patrocinio di Assessorato alle Politiche Giovanili Regione Puglia e Università degli Studi di Foggia. I partner che lo sostengono sono: Foggia Startup, Vazapp’, Giovani Imprenditori di Confindustria Foggia e Piccola Industria, Laboratori Urbani ArteFacendo, Apulia Digital Maker, Pop Corn, Confcommercio, Distretto Produttivo Puglia Creativa, Genera, Masserie Creative, Tiscali, Resto al Sud, StartupItalia e RadioNovaIons97.

Chi ha dubbi o domande può scrivere a foggia@startupweekend.org
Per altre info:

https://www.facebook.com/events/127513957878399/
www.up.co/communities/italy/foggia
www.foggiastartup.com

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Brain drain. Altobelli, GI Confindustria: “Promuovere incontro con aziende”

Far incontrare i cervelli in fuga dalla provincia di Foggia con le aziende sul territorio, ma lavorare anche per attrarne di nuovi da altre regioni e paesi. Nicola Altobelli, classe ’79, imprenditore di seconda generazione, da pochi giorni eletto vice presidente nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria, ha le idee chiare sul futuro della Capitanata: “Stiamo entrando nella quarta rivoluzione industriale e credo che anche un territorio sottosviluppato come il nostro abbia l’occasione di giocarsi una partita tutta nuova, addirittura alla pari con altri territori meglio allestiti”. Dopo un Executive MBA presso il MIP Politecnico di Milano, oggi Altobelli è direttore commerciale della Eceplast srl, l’azienda di famiglia fondata nel 1995 dal padre, Giuseppe Altobelli. Oggi Eceplast è presente in 30 paesi nel mondo. Costantemente in viaggio in tutto il mondo per lavoro, nella sua azienda Nicola Altobelli si occupa dello sviluppo di nuovi mercati con l’obiettivo di far crescere una azienda locale in un contesto globale. A Capitanata Chiama racconta le opportunità e i rischi del brain drain per il nostro territorio. 

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Fuga di cervelli? Una “rapina”. Parola di Pino Aprile

Ripartire dal passato, dalla ricchezza della propria terra e dal coraggio di chi decide di tornare per riscattare il futuro di un Sud “saccheggiato”. Su Capitanata Chiama, stavolta, abbiamo un ospite speciale: Pino Aprile. Giornalista e scrittore pugliese, è stato vicedirettore di Oggi, direttore di Gente e ha lavorato in televisione con Sergio Zavoli nell’inchiesta a puntate Viaggio nel sud, ma è conosciuto soprattutto per i suoi tanti libri, comeTerroni”, “Giù al Sud. Perché i terroni salveranno l’Italia”, “Mai più terroni. La fine della questione meridionale”, “Il Sud puzza. Storia di vergogna e d’orgoglio” e l’ultimoCarnefici(alcuni di questi libri sono anche una delle ricompense per chi decide di sostenere il nostro progetto). E’ il giornalista “meridionalista” più seguito d’Italia. Nel 2010 ha ricevuto il Premio Carlo Levi, nello stesso anno anche il Rhegium Julii, e nel 2012 il Premio Caccuri. Nella sua intervista ci parla delle storie di chi ha deciso di invertire i trend, ma anche delle colpe delle istituzioni. “Quella che viene chiamata “fuga di cervelli” – dice Pino Aprile nell’intervista – è una sottrazione programmata politicamente, costruita per sottrarre al Sud quel che serve all’economia del Nord. Una rapina. In un paese serio, quando c’è una situazione di perdita, si interviene per tamponarla, non per incrementarla”. Ma sul futuro del Sud è ottimista: “Stanno accadendo cose importantissime, anche se le dimensioni non sono ancora grandi”.

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Puglia digitale. Il primo workshop di Capitanata Chiama

A dare il via agli appuntamenti con i cervelli in fuga dalla provincia di Foggia è Michele Caruso, Senior Consultant in Ernst&Young, con il workshop “Puglia Digitale, il digital come volano di sviluppo per imprese e territorio”. Appuntamento giovedì 6 aprile alle ore 19.00, presso la sede di San Marco in Lamis dei Laboratori Urbani Artefacendo, in via Dante Alighieri

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Cresce il numero di italiani all’estero. Sono quasi 5 milioni

Continua a crescere il numero degli italiani all’estero: al 31 dicembre 2016 sono 4.975.299 contro i 4.811.163 dell’anno precedente, un aumento di 164.136 persone. A darne notizia il decreto interministeriale Viminale/Farnesina pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 31 gennaio che ogni anno “certifica” al 31 dicembre dell’anno precedente il numero degli italiani residenti all’estero, così come previsto dalla Legge Tremaglia sul voto all’estero.

La maggior parte degli italiani all’estero risiede in Europa (2.686.431); segue l’America meridionale (1.559.591); quindi l’America settentrionale e centrale (451.186) e infine la ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide (278.091). Proseguendo nel confronto con i dati del decreto 2016, in Europa gli italiani all’estero sono aumentati di 96.394 unità (2.590.037 nel 2015); 46.896 in più in America Latina (erano 1.512.695), 13.476 in più in America del Nord (erano 437.710), e 7.370 in più in Africa, Asia, Oceania e Antartide (erano 270.721). In pratica, con un aumento di 164 mila italiani volati all’estero è come se fossero partiti in un anno tutti gli abitanti di una città come Perugia.

(foto by Erwan Hesry, unsplash.com)

 

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Cervelli in fuga, ecco cosa rischia chi li perde

Giusto scegliere di andar via dalla Capitanata o dall’Italia per cercare condizioni di vita migliori, prospettive più favorevoli e la possibilità di una realizzazione professionale appagante. Tuttavia, a chi governa il territorio e il paese, non possono non interessare le conseguenze di questa perdita di capitale umano. A lanciare l’allarme è Maria De Paola, professore associato di Politica economica presso il Dipartimento di Economia, Statistica e Finanza dell’Università della Calabria, in un suo recente articolo pubblicato su LaVoce.info. Lo sapevate, ad esempio, che la fuga di cervelli ha sul territorio effetti concreti come la minore creazione di imprese, oppure un minor cambiamento politico e una bassa partecipazione al voto?

I numeri della fuga di cervelli, ormai, sono noti. Quelli riportati nell’articolo di De Paola sono tratti da uno studio di Massimo Anelli e Giovanni Peri (2016): “nel nostro paese, a partire dal 2009, il numero di emigrati all’estero è aumentato in maniera considerevole. Solo nel 2015, hanno espatriato 107.529 connazionali, con un incremento del 6,2 per cento rispetto all’anno precedente. Si tratta soprattutto di giovani che emigrano in cerca di lavoro. Tra le mete preferite ci sono la Germania (scelta dal 16,6 per cento degli espatriati del 2015), il Regno Unito, la Svizzera e la Francia, tutti paesi che hanno reagito alla crisi meglio dell’Italia”. A partire, come sappiamo, sono gli individui maggiormente istruiti, mentre “le aree geografiche stagnanti perdono capitale umano a favore di quelle caratterizzate da più elevata crescita”.

Italiani emigrati per anno e fascia d’età (Anelli e Peri, 2016)

Questa mobilità, spiega De Paola, “può diventare un fattore negativo e rendere questi squilibri permanenti. Gli emigrati non sono un campione casuale delle popolazione residente in un certo paese e se coincidono con la popolazione più giovane e dinamica, gli effetti di lungo periodo possono essere particolarmente negativi”. Cosa può accadere di tanto grave? De Paola lo spiega bene. “Come mostrato dallo studio di Anelli e Peri, un esempio è la minore creazione di imprese. Non solo, nelle province italiane in cui l’emigrazione è cresciuta maggiormente si è anche assistito a un minor cambiamento politico. Vi è una più bassa partecipazione al voto e chi va alle urne sceglie consiglieri comunali più anziani, meno istruiti e prevalentemente maschi”.

Chi paga a caro prezzo gli effetti collaterali di questo fenomeno, ovviamente, è il Mezzogiorno. “A differenza del Nord, dove l’emigrazione dei giovani verso l’estero è parzialmente compensata da coloro che arrivano dalle regioni meridionali – scrive De Paola su LaVoce.info -, in queste ultime tale meccanismo di compensazione non ha luogo. Dal Sud molti giovani partono, soprattutto per il Nord, ma ben pochi arrivano: i dati del 2015 confermano un saldo migratorio interno negativo (-2.5). È probabile che anche in questo caso l’emigrazione sia soggetta a particolari meccanismi di selezione: in un’area povera di capitale sociale, ad andarsene potrebbero essere specialmente coloro che hanno un maggior livello di “civicness” (senso civico) e che più si sentono dissonanti al sistema”. E gli effetti negativi a lungo termine non sono impossibili da predire, aggiunge De Paola. “Non ci vuole molto a immaginare le conseguenze che ciò può produrre sulla possibilità di porre argine a vecchi mali, come criminalità, familismo e corruzione, e di intraprendere un cammino di cambiamento”. La perdita di capitale umano, quindi, “è destinata a produrre conseguenze durevoli e negative: è difficile che da un tale processo di impoverimento possa nascere un successivo riscatto”.

(foto by Pujohn Das, unsplash.com)

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Prendi la laurea e scappa

Sembra il titolo di un film, invece è la realtà ed è il titolo di un recente articolo di Giulia Assirelli (ricercatrice all’Università Cattolica di Milano), Carlo Barone (professore di sociologia a Sciences Po, Parigi) e Ettore Recchi (professore di sociologia a Sciences Po, Parigi) per LaVoce.info (qui la versione integrale). Un titolo lapidario che arriva in risposta alle ormai note dichiarazioni del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. In un lavoro recente, gli autori hanno ricostruito l’identikit di chi emigra e confrontato gli esiti professionali con quelli che restano in Italia. Cosa è emerso? Scopriamolo insieme.

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