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Giorgia Micaela Draisci, “finalmente qui” con la testa e con il cuore

Giorgia Micaela Draisci è una marketing manager foggiana caparbia e solare. Mette tutta se stessa in ogni cosa che fa.

Il 14 novembre 2017, scrive su facebook “Dieci anni fa sono scappata dalla mia città, sono andata via da Foggia alla ricerca di un posto migliore dove vivere. Così ho iniziato a viaggiare, affamata di conoscenza, apertura e diversità. Dopo aver allargato gli orizzonti, conosciuto me stessa e essermi ritrovata finalmente in sintonia con il mondo, ho deciso di tornare nella mia terra. Non perché sia cambiata, anzi, l’ho ritrovata così come l’ho lasciata. Ma per cambiarla. Sono sempre stata una sognatrice e lo sarò fino a quando quei sogni di sempre non diventeranno realtà. Sono stufa di rispondere “per ora qui” a chi mi chiede dove io trascorra gran parte del mio tempo. Vorrei rispondere “finalmente qui”. Con il mondo non solo in testa, ma di fronte e tutt’intorno”.

Scrive queste parole alla vigilia del primo TEDxFoggia, che prende forma il 16 Dicembre 2017 all’Auditorium Santa Chiara e la vede parte integrante dell’organizzazione.

Ami definirti una nomade digitale. La tua filosofia di vita è incentrata sul viaggio, sulla condivisione, sulla realizzazione dei tuoi sogni. Dove, come e quando parte questo viaggio?

Inizio dalla fine della domanda, perché ogni fine è un nuovo inizio.

Il mio viaggio è iniziato durante un viaggio. Ero fresca di laurea in General Management, e prima di lasciare Roma, per iniziare un nuovo lavoro nel Nord Italia, avevo bisogno di partire. Ho sempre amato viaggiare, alzarmi dal divano e spingermi oltre la mia zona di comfort, ma in quel periodo avevo bisogno precisamente di staccare e rendermi utile per poter ricominciare.

E quel preciso istante, che sto per raccontare, in cui ho capito davvero come volevo vivere la mia vita, mi ha commossa e ogni volta che ci ripenso mi viene la pelle d’oca. Credo che sia così che ognuno di noi dovrebbe vivere la propria vita: emozionandosi.

Mi trovavo nel cuore di una cascata nel sud del Messico, non posso dirvi con precisione dove perché ho promesso alla gente che vive lì di non spargere la voce. Posso dirvi che ero proprio dentro quella cascata, nel buio della roccia, tra giochi di luce creati dai raggi di sole che attraversavano l’acqua cristallina che precipitava di fronte a me e attraverso la quale si vedeva, in tutta la sua maestosità, la giungla. Pensate alla foresta tropicale più rigogliosa che la vostra mente riesca a immaginare, con i pappagalli colorati che ti volano in testa e il fiume caldo che scorre ai piedi e non riesci a vedere dove va a finire. In quel momento, però, ho visto dove sarei andata a finire io. Dopo aver ascoltato le leggende dei miei nuovi amici messicani, preso parte a cerimonie e magici rituali ed essermi immersa nella cultura locale, ho scalato quella cascata a mani nude (immaginate quando l’ho detto a mia mamma per email, l’è preso un colpo!), fidandomi di loro e scoprendo ciò che in fondo ho sempre saputo, ma che mi spaventava.

Il mio sogno non era quello di scappare dalla Puglia per fare carriera in un’impresa internazionale, non volevo seguire la stessa strada dei miei compagni di università, non potevo accettare di diventare schiava di un sistema che mi proiettava in un ufficio straniero lontana da tutto seduta alla stessa scrivania per anni a eseguire ordini dall’alto con l’unico obiettivo di sfornare soldi in quantità.

Non ho tutte quelle qualità necessarie per lavorare come dipendente e poi mi annoio facilmente. Ma ho tanto coraggio e credo, come mi ha insegnato bene Napoleon Hill, che l’energia dei pensieri si trasformi in materia, ma solo se desideri ardentemente qualcosa.

Così per qualche anno ho svolto con impegno proprio quel lavoro che non volevo fare, per poter raggiungere oggi l’obiettivo che desideravo ardentemente.

Ho lasciato il posto fisso che mi stava stretto e mi sono immersa, con un Master in Social Media Marketing sulle spalle, nella giungla creativa e contaminata dei freelance.

Mi piace definirmi nomade digitale, prima di tutto per evitare fraintendimenti fin da subito, nel caso in cui qualcuno abbia in mente di propormi un lavoro circoscritto nelle sue mura, e poi perché identifica una forma di freelance in grado di gestire i propri affari da remoto e in qualunque parte del mondo si trovi, godendo di ispirazione continua e guadagnando tempo e amici from all over the world. Una professione che ti permette di lavorare viaggiando o di viaggiare lavorando.

Quello che mi serve per vivere è una connessione: tecnologica, naturale, sociale, culturale, territoriale. Se non si è capito, la connessione è il mio elemento vitale.

A che punto del viaggio sei?

A un punto felice. Credo sia un buon punto.

Ho smesso di usare sempre facetime per vedere i miei cari, li abbraccio quando mi pare e senza contare le ore. Vivo con un tatuatore e una gatta. Al mio fianco ho la fortuna di avere un imprenditore creativo, lavoriamo insieme anche se in modo diverso, lui crea con le mani, io con la mente e ci stimoliamo a migliorare sempre di più.

E appena possiamo partiamo alla scoperta e all’avventura. Insieme o da soli, a seconda dei casi, per brevi o lunghi periodi.

Certo è che da un mesetto abbiamo la gatta, ma vivendo dove siamo cresciuti troveremo di certo qualcuno tra amici e parenti che potrà badare a lei. E poi nel mio libro preferito c’è scritto che un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro, quando si parte.

Qual è il sogno migliore che ti è riuscito di realizzare e su cosa stai lavorando adesso?

Sto lavorando sulla realizzazione del mio sogno migliore.

Mi capita sempre così. Appena realizzo il sogno che credevo fosse il migliore eccone un altro che sbuca dietro l’angolo e inizia a correre. Così inizia anche la mia corsa per raggiungerlo, per concretizzarlo e per poter sentire quella dolce e intensa sensazione di soddisfazione che si propaga in tutto il corpo. Se la connessione è il mio elemento vitale la realizzazione dei miei sogni è la mia droga.

Ora, oltre a gestire il marketing del nostro studio di tattoo e di altri clienti, sono coinvolta in varie sfide, di quelle che o la va, o la spacca: un’impresa pubblicitaria digitale, un’organizzazione di eventi innovativi, un brand da rilanciare. E a breve terrò il mio primo corso di formazione su Facebook proprio qui in Capitanata, su proposta del team di InnovAttiva, composto da professionisti del marketing e della comunicazione davvero lungimiranti.

Lavorare su Facebook mi rappresenta molto, perché è la piattaforma dove il marketing positivo esprime tutto il suo potenziale: un marketing che senza essere aggressivo punta sul miglioramento, sul benessere e sull’aiutare le persone a raggiungere i propri sogni e desideri.

D’altronde siamo ciò che facciamo. Se nella vostra attività non riuscite a trovare un messaggio positivo da dare all’umanità e non c’è nulla di utile in quello che fate, allora vi consiglio di fare qualcos’altro.

L’incontro con gli altri è il primo passo verso il cambiamento. Sempre in occasione del TedX scrivevi: “Il potere delle idee può cambiare il mondo, figuriamoci una città”. Quanto trovi disposta Foggia a cambiare e quali altri passi necessari deve ancora compiere per sé stessa e per tutta la Capitanata?

Condivido a pieno il concetto “l’incontro con gli altri è il primo passo verso il cambiamento”. Tornando tra i miei conterranei ho fatto un passo indietro per fare un passo avanti. Se lo raccontassi alla me di qualche anno fa mi direbbe: “Gio ma sei fuori?! Hai imparato due lingue, hai studiato in contesti di un certo tipo, potresti vivere ovunque e avere tante opportunità lavorative e cosa fai, torni nella città dalla quale sei scappata?”.

La risposta è si. La nostra regione è la più bella del mondo, chiunque viene a visitarla vorrebbe restarci, e allora perché tendiamo ad andar via? Perché ci hanno fatto credere nel sogno milanese, manco fosse quello americano? A Milano ci ho vissuto: è grigia, fredda e non ha il mare, una città sovraffollata e in corsa contro il tempo. Di certo offre tante opportunità, ma il punto è che noi terroni dobbiamo smetterla di cercare fuori ciò che possiamo creare qui, perché non ci manca proprio niente.

Anche la Capitanata può crescere ed evolversi, dipende tutto da noi.

C’è da rimboccarsi le maniche, eliminare la controra, il pisolino, le lamentele e lavorare di più, quel che basta per raggiungere l’obiettivo e stabilirne di nuovi.

C’è bisogno di giovani in gamba e poche chiacchiere. Io non perdo mai la speranza, sono un’ottimista nata e sono sicura che il territorio crescerà, perché i giovani che sono rimasti qui sono istruiti e pretendono un riscatto, e quelli che sono tornati hanno voglia di un cambiamento radicale. Il punto cruciale è proprio questo: bisogna tornare e applicare qui ciò che si fa altrove, con professionalità e con l’aiuto delle nuove tecnologie a nostra disposizione. Dobbiamo essere portatori di innovazione per permettere alla nostra città di rifiorire.

Ma per far sì che questo avvenga ognuno di noi dovrebbe mettere da parte il proprio egocentrismo e le manie di protagonismo. Con dispiacere mi capita di vedere tante lotte inutili e di basso livello. L’apertura mentale e la collaborazione sono le basi del cambiamento, perciò faccio un appello: non aspettate che il politico di turno decida per voi, finitela di farvi la guerra, mettetevi insieme e incanalate il vostro ardente desiderio di affermazione in progetti utili e validi per la nostra terra.

Viviamo in un momento storico ricco di criticità. Le statistiche sono impietose. Ma dietro ogni criticità si cela un’opportunità da cogliere. Forse non è un principio valido per tutti, né tanto meno di semplice attuazione per chi ci prova. Come la mettiamo? Qual è la strada giusta per venirne fuori?

Penso di essermi dilungata abbastanza a riguardo, perciò voglio rispondere a questa domanda ricordando alcune parole alle quali sono affezionata, di quel gran genio di Einstein: “Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a farle nello stesso modo. La crisi è la miglior cosa che possa accadere a persone e interi paesi perché è proprio la crisi a portare il progresso. La creatività nasce dall’ansia, come il giorno nasce dalla notte oscura.

È nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce le sue sconfitte e i suoi errori alla crisi, violenta il proprio talento e rispetta più i problemi che le soluzioni.
La vera crisi è la crisi dell’incompetenza. Lo sbaglio delle persone e dei paesi è la pigrizia nel trovare soluzioni. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine, una lenta agonia. Senza crisi non ci sono meriti. È nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora perché senza crisi qualsiasi vento è una carezza.
Parlare di crisi è creare movimento; adagiarsi su di essa vuol dire esaltare il conformismo. Invece di questo, lavoriamo duro!
L’unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla.”

Può il digital spingerci fuori da questo tunnel?

Assolutamente.

Io mi sono spinta fuori dal tunnel grazie al digital. Ho iniziato a condurre una vita itinerante proprio grazie al digital. Il posto fisso non esisterà più, mettetevelo in testa, le certezze di ieri neanche. Esiste il futuro e la capacità di ognuno di noi di adeguarsi nel presente al cambiamento e il digital è cambiamento e trasformazione.

“Non importa ciò che fai ma come lo fai” è il mio mantra. Oggi l’ufficio è nel PC, la mia scrivania è Google Drive, mi riunisco con i colleghi su Skype, raggiungo i clienti su Facebook e Instagram e via dicendo. Ottimizzo tempo e lavoro. La capacità gestionale e creativa è in ognuno di noi, non in una stanza per riunioni.

Ciò non significa che io sia nerd, il digital è un mestiere di relazione! E per lavorare nel settore, oltre alla competenza tecnica, servono le cosiddette digital soft skills: bisogna saper identificare, recuperare e condividere le informazioni disponibili online, creare nuovi contenuti, comunicare efficacemente e coordinare progetti, gestire la propria identità digitale, proteggere i dati sensibili, risolvere problemi complessi, influenzare con le proprie conoscenze e ascoltare.

Bisogna inventarsene una più del diavolo, c’è bisogno di ispirazione, di movimento, di adattamento. E non dobbiamo avere paura di evolverci.

In tutto questo cambiamento, però, non dimenticatevi di amare.

Fermatevi e trovate il tempo per amare. Che è ciò che importa di più.

– spread your love –

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Intervista a Giuseppe Savino, founder di Vazapp

Vazapp è il primo hub rurale pugliese. Nasce alle porte di Foggia per intuizione di Giuseppe Savino dopo l’incontro con don Michele de Paolis in quella tenuta di famiglia dove insieme ai prodotti della terra si coltivano con successo anche buone idee.

Intorno a Giuseppe, un numero crescente di giovani antepone le proposte alle proteste e lavora senza sosta per creare occasioni d’incontro e di costruttivo confronto tra i contadini di Capitanata. L’ambizione, con buona pace delle statistiche, è smettere di fare valige per partire, ma preparare posti letto per accogliere gli altri.

A veicolare il progetto è il format Contadinner, “la cena che non c’era”, come la definiscono gli stessi organizzatori. Il contesto ideale per permettere ai produttori agricoli di Capitanata di conoscersi, scambiarsi esperienze e buone pratiche, sperimentare nuovi percorsi.

Gli incontri, supportati anche da giovani dalle competenze trasversali (architetti, sviluppatori, designer, operatori culturali e della comunicazione), e aperti a tutti coloro vogliano avvicinarsi al settore consentono di disegnare una rete inedita di relazioni e collaborazioni professionali, utili a ripensare lo sviluppo dell’agricoltura del territorio.

Nel 2016 le Contadinner hanno valicato i confini regionali e sono state ospitate alla Luiss Guido Carli di Roma alla presenza del Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina. Nel 2017 hanno continuato a viaggiare in tutta Italia e solo qualche giorno fa il team di Vazapp era a Budapest per allargare il confronto a livello europeo.

A volte storie straordinarie nascono in forza di fatti e circostanze altrettanto straordinarie. È stato così anche per Vazapp, Giuseppe?

Penso che l’unica cosa accomuni chi vede nascere qualcosa sia lo stupore. “Ciò di cui ha bisogno questo mondo è di un po’ di stupore” dice Mister Mendez nel cortometraggio “Il Circo della farfalla” dove il protagonista è Will un giovane privo degli arti. La straordinarietà di un percorso è nella bellezza del cammino, nel non voler restare fermi, nel voler trovare una risposta all’affermazione: “Si è fatto sempre così, perché cambiare?” E invece del cambiamento abbiamo tutti bisogno, perché è l’unico modo per sentirci vivi , siamo venuti al mondo per diventare noi stessi, per compiere la nostra missione e “la peggiore disgrazia che ci possa capitare è quella di non essere utili a nessuno”, diceva don Michele. Vazapp nasce da un sogno che incontra un bisogno, dare una visione nuova ad un settore che può diventare fermento per gli altri settori del nostro territorio.

 

Quando nasce esattamente il progetto e qual è il tuo bilancio allo stato dell’arte?

Il compleanno di Vazapp è il 21 gennaio 2014 quando nasce l’associazione “Terra Promessa”, l’ultima associazione voluta da don Michele de Paolis. I soldi per registrare il marchio me li diede lui, non ne avevamo. Io avevo lasciato il lavoro a tempo indeterminato, molti mi dicevano che era la scelta sbagliata, oggi più che mai so che i sogni se non li incontri difficilmente ti vengono a cercare.
Più che di bilancio mi piace parlare di slancio, della voglia che abbiamo di vedere nascere cose nuove e di poterle accompagnare. Siamo all’inizio e non cerchiamo la fine, ma abbiamo bene presente il fine. I sogni si realizzano quando vengono collocati nell’eternità. Bisogna credere nel “per sempre” per essere così folli da inseguire un sogno.

Ci racconteresti uno degli episodi che ti scaldano maggiormente il cuore quando pensi a Vazapp?

Ce ne sono tanti, ognuno ha un dolce profumo che sa di novità. Mi emoziono quando penso al Galà dei Contadini organizzato in fiera il 28 Aprile scorso, dove abbiamo celebrato i contadini, mai nessuno lo aveva fatto in questa chiave prima d’ora. Con i nostri designer e architetti abbiamo deciso di raccontare la storia dei contadini che ci hanno aperto le loro case su tutte le pareti del padiglione. Man mano che entravano molti di loro piangevano e ci ringraziavano perché non se lo aspettavano. Avevamo rotto gli schemi, eravamo nei loro cuori, che meraviglia.

Tuo padre che dice?

Mio padre come ogni buon contadino che si rispetti parla poco, osserva, comunica con gli occhi, a volte con i sospiri. Capisco che per la mia famiglia non è stato facile, loro vogliono che i figli invecchino tranquilli, vengono dalla cultura della sistemazione a tutti i costi, io voglio invecchiare felice!

Ci dai qualche anteprima sul futuro del progetto?

Stiamo lavorando su più livelli, tante novità ci attendono. Penso che il 2018 sia l’anno della fioritura di quello che abbiamo seminato e per dirla in termini agricoli. Le Contadinner si evolveranno e diventeranno sempre di più uno strumento a disposizione dei territori per favorire l’innovazione sociale in agricoltura.

La Capitanata oggi è una terra ricca di contrasti: tante criticità in uno sconfinato territorio (la provincia di Foggia è la terza provincia italiana per estensione) che tracima di opportunità non sempre colte, quando non proprio ignorate. Come ti piacerebbe vedere il tuo territorio tra 50 anni? Cosa pensi che succederà invece? Come superare le difficoltà?

La provincia di Foggia è anche la provincia più estesa d’Italia per il numero di terreni coltivabili. Quando siamo andati a studiare il sistema agricolo del Trentino il presidente di una grossa cooperativa mi disse: “Se vi accorgeste del tesoro che calpestate, terreni fertili, clima mite, bellezza dei luoghi, non ce ne sarebbe per nessuno. Tra 50 anni mi piacerebbe vedere una terra che al lamento ha sostituito il fermento, che alla protesta finalmente abbia fatto spazio alla proposta, e allora si che potremo parlare di stupore. Succederà, io ci credo. Le difficoltà sono il sale. Il Trentino è oggi una terra florida grazie ad esse. Se solo iniziassimo a benedirle… non vengono per togliere ma per aggiungere.

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Marco Matera, genio e sregolatezza del satanello che vince fuori casa

A scuola riesce a dare problemi anche non volendo. Niente di più prevedibile che già alle medie venga sospeso. Al Liceo Classico Lanza ha sempre avuto debiti e viene ammesso agli esami di stato con riserva. Due debiti: Economia e Inglese. Agli esami di stato becca 8/15 alla prova di italiano. Aveva scelto i “Giovani e la Crisi” scrivendo di come la crisi in realtà non colpisce i giovani se i giovani si reinventano, di come la tecnologia avrebbe indiscutibilmente cambiato il futuro, più della crisi. Il commento in calce alla prova è laconico: fuori traccia. Si porta a casa un magro 64/100.

Ciononostante non smette di credere in se stesso. Vola a Londra per l’università e lì scatta qualcosa. In 2 anni e 8 mesi si laurea in Business Management all’Anglia Ruskin University.

Innamoratissimo di Foggia e molto legato alla famiglia, agli amici e alla squadra di calcio della città, non molla le origini neanche ora che ha un’azienda che collabora con alcune tra le più importanti società al mondo. Torna a casa almeno una volta al mese.

Crede fortemente che Foggia possa rialzarsi. “Ci sono troppe menti, prima o poi saremo un esempio da seguire”, profetizza. “Quando sono partito per Londra volevo fare il Broker, cosa che ho rivalutato ben presto. Grazie a Gideon ho conosciuto un mondo nuovo. Sono entrato a contatto con realtà distanti dalla nostra cultura, ma non inarrivabili. Mi piacerebbe vedere questa innovazione nascere qui, anche se alla base c’è una burocrazia che fa cascare le braccia.


Ok, fermo gioco Marco. Cos’è Gideon?

Gideon è un aggregatore di smart devices. Un’interfaccia che da la possibilità agli utenti in possesso di “cose smart per la casa” di connetterle e farle comunicare tra di loro. In pratica abbiamo una tecnologia in cloud che non necessita di hardware aggiuntivi per controllare la propria casa. La nostra azienda ha creato il più smart dei sistemi per connettere prodotti di diverse marche, offrendo dashboard semplificate e dando la possibilità a tutti gli utenti di azionare i propri devices, o la casa intera, con un click sul proprio smartphone. Abbiamo addirittura semplificato questa cosa, Gideon infatti compie azioni sulla base dell’apprendimento, se esci di casa spegne tutto per te, per esempio.


Puoi spiegare ai profani di cosa ti occupi con vocabolario meno tecnico?

Volgarmente Gideon è un app per la domotica, in gergo una smart home application. Al momento lavoriamo con oltre 30 tra i più grandi brand nel mercato e supportiamo oltre 250 devices. Io mi occupo del commerciale e del marketing.


In premessa dici una cosa tanto ovvia quanto devastante: il contesto ci condiziona. In cosa sono più bravi di noi in Inghilterra?

Loro sono veloci. In Inghilterra la gente si muove sul web, non esistono i notai, non è necessario il commercialista per aprire un’azienda, i costi per avviare un’impresa sono bassissimi (£30 per un ltd) la tassazione agevola gli imprenditori ed esistono decine di formule che agevolano la ricerca di capitali per avviare l’impresa. Ma a prescindere dalle necessità di una startup, in Inghilterra la burocrazia è molto più snella. Basta andare su internet e compilare un form online senza dover consultare avvocati o altro. Un’altra cosa, loro sanno che fallire una volta significa farsi le ossa per ripartire, il fallimento non è penale. Lì si chiude e si apre finchè non si trova la chiave per il successo. Qui a volte manca la passione, la gente si accontenta, questo non va bene.

Innovare ci fa paura o è semplicemente più scomodo rispetto al godersi quel che già c’è?

Credimi non lo so. A volte l’arrendevolezza delle persone mi sconcerta. Recentemente ho incontrato studenti universitari e di scuole superiori, mi sono reso conto di una cosa, loro sembrano non essere al corrente del cambiamento. Siamo stati investiti dall’innovazione ma ad oggi un ragazzino di 10 anni è più preparato di ragazzi di 22. A 10 anni non consultano enciclopedie, ma sanno dove e come cercare i contenuti. Chi ne ha 22 invece avrebbe dovuto imparare a farlo. Alcuni non ci hanno nemmeno provato. Però ci credo. Possiamo colmare il gap. Anzi, a muso duro risolviamo tutto. La gente come noi non molla mai.

Qual è la tua ricetta per venirne fuori?

Mi piacerebbe lavorare a contatto con l’università per lavorare all’educazione all’imprenditoria che passa prima di tutto dalla mentalità. Qui la gente non è invogliata a fare imprenditoria. Tutti vogliono fare come lavoro il “manager d’impresa”. Non sanno che non esiste questo ruolo nello specifico. Esistono “Master and Servants” citando Dave Gahan, esiste comandante e comandato, esiste il middle management che verrà sostituito dalla tecnologia. Dovrebbe essere spiegato a tutti che per essere buoni manager bisogna avere una mente imprenditoriale. In qualche modo ogni decisione che si prende è frutto di studio, di esperienza, di voglia di rischiare. Gideon mi ha insegnato a vivere, tutto ciò che so a livello lavorativo lo devo all’esperienza con la mia startup, il primo incontro con Nest (azienda di Google) fu pazzesco per me. Nei 3 anni successivi ho dovuto imparare come si faceva a parlare con queste aziende per tirarne fuori qualcosa. La gente deve farla questa esperienza, sarà tutto più chiaro in seguito.


A Foggia, dove torni appena puoi, stai partecipando al processo di rete che ha portato in Capitanata il format internazionale Startup Weekend. Immagina di essere già davanti alla platea di giovani che affolleranno la Camera di Commercio di Foggia dal 1 al 3 dicembre, cosa consiglieresti ai giovani che vogliono fare startup oggi?

Come ho detto l’ultima volta ai ragazzi che hanno partecipato alla presentazione del format, abbiamo tutti dei problemi, risolviamoli insieme. Venite allo startup weekend e cambiamo la nostra città!

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Eliana Pedriali, credere in se stessi è il miglior investimento per il futuro

Eliana fugge dalla Capitanata dopo una serie di delusioni. Sciupa un anno con il suo professore di tesi in attesa di un master che non partirà mai. Prova ad entrare nel mondo scuola, non supera l’esame, ma viene richiamata per rifare il concorso, annullato causa imbrogli nella commissione. Poi prova a farsi spazio nel settore del turismo, ma le dicono che non ha i giusti agganci. È il 2003, Bollenti Spiriti ancora non esiste, e decide di chiudere il conto con la Puglia. Fa le valige da San Giovanni Rotondo e parte per Milano. Qui – dopo un mese, un paio di lavoretti e tanti cv – viene chiamata per un colloquio in Google. L’azienda allora non era la superpotenza che è oggi, ma una giovanissima start-up digitale sconosciuta a molti. Il clima le pare subito diverso, rifiuta altre proposte giunte nel frattempo, e accetta la sfida col futuro. Oggi è ancora lì, felicemente parte di un’azienda immensa, giovane, stimolante e meritocratica.

Quindi lavori in Google dal 2003? Ben 14 anni! Hai ricoperto sempre lo stesso ruolo?

Sono ormai una delle veterane dell’ufficio italiano. Dal giorno in cui il mio CV di carta è arrivato sul tavolo dell’allora country manager, di ruoli e colleghi di team ne ho cambiati diversi. Ogni ruolo, ogni team però è stato una sfida piacevole, un continuo migliorarsi. Google, poi, lascia molto spazio al singolo: spiegato a grandi linee quello che ci si aspetta da te, scegli tu il modo migliore per raggiungere l’obiettivo richiesto. Alcune tre le cose che più amo di questa azienda sono proprio la totale fiducia, la massima autonomia e il continuo stimolo che mi sono sempre stati dati. Ho avuto la possibilità di inventarmi progetti, coinvolgere team diversi di lavoro, parlare a platee di centinaia di persone, lavorare con persone provenienti da tutto il mondo. Ho svolto sia ruoli interni all’azienda, in cui mi interfacciavo con gli esperti di prodotto, sia ruoli esterni in cui ho avuto modo di parlare con alcuni tra i maggiori player italiani, viaggiando moltissimo sia in Italia che all’estero.

Google è un’azienda statunitense. In questi anni quali valori vi hanno trasmesso e quale valore “italiano” aggiunto credi abbia dato la sede italiana all’azienda? Puoi rispondere anche rifacendoti a qualche episodio emblematico.

Le prime cosa che mi vengono in mente sono flessibilità, perché Google è un’azienda che si migliora sempre, e consapevolezza che il singolo può davvero fare la differenza. Progetti locali, idee di una singola persona vengono condivise con orgoglio con tutta l’azienda e “steal with pride” è una pratica da noi molto comune. Sui valori italiani, che dire? La nostra cucina e il nostro barista ci vengono invidiati in tutto il mondo…

Google nasce come startup digitale. Nell’ottobre 2003, discutendo una possibile offerta pubblica iniziale la società fu contattata da Microsoft a proposito di un possibile accordo o di una fusione, ma Google rifiutò l’offerta… Ricerca, impegno, coraggio. Quanto pensi possano influire le startup sul futuro?

Sicuramente le startup sono importanti perché sono realtà snelle, portate al rischio e con quel pizzico di follia che permette di avere intuizioni geniali. La grande incognita è se poi quell’intuizione di partenza sia destinata al successo o meno. Ho molti amici che dopo aver lasciato Google o altre aziende del settore hanno creato le proprie imprese. Purtroppo le difficoltà che incontrano sono molte: corruzione, mancanza di sostegni economici, tassazione elevata. Quelli che hanno avuto successo o sono soddisfatti sono quelli che hanno creato anche delle sedi all’estero e si sono espansi e quelli che sono stati capaci di far fruttare le competenze acquisite in ambito digitale riuscendo ad internazionalizzare il proprio prodotto locale. Le startup, se hanno successo, diventano aziende come le altre. Quello che fa la differenza è, secondo me, la capacità di mantenere intatti i valori iniziali e continuare ad investire sul capitale umano, formare le persone, far sì che ci sia scambio di best practices continuo e, perché no, competitività interna positiva, volta cioè al miglioramento. L’apertura mentale è la chiave del successo.

La tua esperienza prima di entrare in Google è purtroppo simile a quella di tanti altri giovani, oggi. L’Italia a tuo avviso è condannata a vivere nel passato? Come invertire la rotta?

Non credo che l’Italia sia condannata a vivere nel passato e sono fortemente convinta che invertire la rotta sia, prima di tutto, una scelta personale. E’ fondamentale non adeguarsi alla situazione corrente, ma mettersi sempre in discussione con l’obiettivo di migliorarsi e cambiare le cose se si ritiene non vadano bene. E’ importante informarsi, confrontarsi, condividere esperienze, punti di vista, aprirsi mentalmente. Rifacendomi alla mia esperienza, ad esempio, sono consapevole di aver avuto fortuna a trovarmi nel posto giusto al momento giusto, ma ritengo anche che tale fortuna io sia andata a cercarmela. Una volta che mi sono resa conto che l’ambiente in cui stavo tentando di costruire il mio futuro non faceva per me, per come ero fatta io, per quello che mi aspettavo, ho preso la decisione di lasciare tutto senza più aspettare che succedesse qualcosa. Ho voluto investire in me stessa e credere che avrei potuto costruirmi il mio futuro. Io ho scelto di andare via e, per vari motivi, difficilmente tornerò in Capitanata, ma credo che la nostra terra abbia davvero tanto da offrire. Da persona che ormai la guarda con occhio più oggettivo ci sono ancora così tante cose che si potrebbero fare o si potrebbero migliorare. Abbiamo un capitale immenso da far fruttare che all’estero ci invidiano. Impariamo a valorizzarlo, pacchettizzarlo e a farlo conoscere sfruttando quell’immensa potenza che offre il mondo digitale.

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Massimo Ciuffreda, startupper in fuga. “Costretti a partire”

Ha iniziato diffondendo la connessione wifi in un paese con poco più di 6 mila abitanti sul Gargano. Oggi è a capo di una delle piattaforme più importanti sul tema della connettività wifi: wiman.me. Lui è Massimo Ciuffreda. Mattinatese, 35 anni. Con Michele Di Mauro, anche lui di Mattinata, ha lasciato la Capitanata per trasferirsi a Bologna, dove ha sede anche la loro startup. Lanciata nel 2012, oggi Wiman è una sharing wifi company conosciuta in tutto il mondo. L’ultimo successo? Portare il wifi su 4mila taxi a Rio de Janeiro. Ma Wiman è molto di più. Ad oggi ha mappato circa 70 milioni di reti wifi aperte su tutto il globo. E’ il database del wifi free più grande che esista. A Capitanata Chiama, Massimo racconta la sua esperienza da “cervello in fuga”, le difficoltà nell’avviare una startup sul Gargano, la necessità di partire e trovare terreno fertile per realizzare le proprie idee, ma anche la speranza di tornare, “perché no?”, proprio in Capitanata. Per lui i problemi non sono un ostacolo. Anzi. “Il mio approccio è sempre stato questo – spiega -: trovare un problema relativo ad una necessità e risolverlo”. 

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Michele Caruso, talento in fuga. “Capitanata, un bacino di opportunità”

Partito da Rignano Garganico, oggi vive a Milano. A 28 anni è Senior Consultant presso Ernst&Young. E’ il più giovane membro Senior della Società Italiana Marketing ed è uno dei giovani talenti di Capitanata sparsi per l’Italia e per il mondo. Ha passione da vendere e i confini italiani gli stanno un po’ stretti. Su Capitanata Chiama racconta il suo percorso, la poca attenzione delle istituzioni verso il fenomeno dei cervelli in fuga, ma anche un Mezzogiorno che troppo spesso ha poca fiducia nei suoi giovani. “E così l’Italia perde i suoi cervelli e continua ad impoverirsi da un punto di vista culturale – racconta -, che è la peggior forma di povertà, perché uccide il futuro di una nazione”.

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Dalla Puglia alla Silicon Valley. “Qui possibilità di crescita che in Italia non c’è”

Quella di Berardino la Torre è la prima storia di un cervello in fuga dalla provincia di Foggia che vi raccontiamo su Capitanata Chiama. E’ una lunga intervista, intensa e vale la pena leggerla fino in fondo. Il suo è un racconto fatto più con la testa che col cuore e capirete perché. Nelle sue parole non c’è risentimento. E’ una lampante constatazione di quale occasione stia perdendo il nostro Paese. Nato a San Giovanni Rotondo, Berardino ha studiato all’Università di Siena e prima di raggiungere San Francisco ha lasciato un “posto fisso” e il mutuo per la sua prima casa a Roma. Oggi è Staff Engineer e membro del Architect Board in Tradeshift, una startup danese. Quando gli chiediamo cosa ne pensano oltreoceano del brain drain, risponde così: “Semplicemente non lo capiscono. Non capiscono il perché l’Italia, dopo avere investito risorse nella formazione di tutte queste professionalità, le lasci andar via e per di più proprio nel momento in cui iniziano ad essere produttive”. Pensando alla Capitanata, poi, ha la sua “ricetta” per il rilancio del territorio. Scopri qual è leggendo l’intervista.

 

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